Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 2° Domenica dopo Natale – C

Sir 24,1-12; Ef 1,3-18; Gv1,1-18.

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Nel brano della lettera agli Efesìni che abbiamo ascoltato, Paolo sottolineava tre aspetti fondamentali del cristianesimo, che si ritrovano nella sintesi dei Padri della Chiesa dei primi secoli, nella così detta età d’oro del quarto secolo. Difatti, i primi cristiani avevano capito che l’espressione dell’intelligenza della fede non basta, ma deve sempre esprimersi nella carità verso i fratelli. Perché questo modo concreto di esprimere ciò che si crede permette pian piano di sperimentare, nel più profondo del cuore, l’illuminazione dello Spirito Santo. L’esperienza spirituale, per essere autentica, suppone difatti non solo una fede giusta, ma anche una vita concreta in armonia con questa fede. Per i primi cristiani, il teologo non è un intellettuale, ma è prima di tutto una persona che vive pienamente la rivelazione.

La fede non è dunque solo una conoscenza della mente, ma suppone sempre una conversione del cuore e del modo di vivere, per aprire all’uomo il mondo interiore dell’esperienza spirituale, dell’incontro con Dio. È proprio questa realtà che si esprime nel prologo del vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. E Giovanni è testimone di questo mistero che tocca tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Se “il Verbo si fece carne”, è perché la nostra carne possa diventare il santuario, il tempio della presenza di Dio in questo mondo. Ormai, non è più possibile pretender di amare Dio se si odia il proprio fratello. Ormai, non è più possibile “dire Signore Signore”, se si ignora il povero che bussa alla porta. Con l’incarnazione, c’é un legame indissolubile tra ciò che si crede e ciò che si vive.

E questo vale ancora di più per l’esperienza interiore. “Dio, nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”, e lui solo. Non c’é altra rivelazione, non esistono altri profeti o testimoni di Dio. “La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”, e solo per mezzo di lui! La vita spirituale non è affare di sentimenti o di speculazioni esoteriche, ma di grazia e di verità. Perché la vita, la vera vita, è questa presenza intima di Cristo nel nostro cuore che solo può rivelarci chi è veramente Dio!

Così, credere, amare e sperimentare sono una sola e stessa cosa. L’autenticità non è un problema di morale, ma è una questione di armonia tra ciò che professiamo, ciò che viviamo nel concreto della nostra esistenza, e questa vita interiore che sgorga dal più profondo del cuore. Di questa armonia cristiana, Giovanni Battista è il testimone autentico. E il primo frutto di questa autentica esperienza cristiana è l’umiltà di chi non si sente degno di tutto ciò che ha ricevuto. L’umiltà di Giovanni Battista, il “più grande tra i figli degli uomini”, è il segno più prezioso e più giusto di questa trasformazione progressiva di un cuore che Dio ha toccato. Questa umiltà è la fonte del vero coraggio di chi è consapevole della propria fragilità, è la fonte di questa vera misericordia, che riconosce che tutto ciò che ha e tutto ciò che fa è dono di Dio! La misericordia cristiana è radicata nell’umiltà del Verbo di Dio che “spogliò se stesso” della propria gloria per condividere la nostra debolezza. La misericordia è l’altro nome dell’amore!

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