Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 2° Domenica di Pasqua – 2016

At 5,12-16; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31.

Di solito pensiamo che la misericordia significhi sempre il perdono quasi automatico dei peccati. Invece Gesù non dice esattamente questo nel vangelo di oggi. Egli dice infatti: “Ricevete le Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”! Questa seconda espressione, spesso la dimentichiamo perché non corrisponde assolutamente all’immagine che abbiamo della misericordia. Ma il problema è capire ciò che dice il Signore in modo giusto. Perché, in alcune epoche della storia della Chiesa, certe persone hanno trasformato le parole di Gesù in affermazione di potere. Pensavano di aver ricevuto un potere arbitrario sugli altri, dimenticando la prima condizione posta dal Signore: “ricevete lo Spirito Santo”!

Se la misericordia non è automatica, ma se non è neanche un potere arbitrario di alcuni, allora cosa significa? Per capire il suo vero significato, dobbiamo ricordare prima di tutto il contesto preciso di queste parole di Gesù Risorto. I discepoli sono ancora rinchiusi in casa e vivono nel timore dei giudei. Fanno molte difficoltà a credere alla risurrezione e si sentono anche colpevoli di essere fuggiti e di aver abbandonato il Signore durante la Passione. In un certo senso, sono loro che hanno bisogno, per primi, di sperimentare la misericordia. Ed è proprio ciò che succede. Gesù non rimprovera loro assolutamente niente, ma viene a portare loro la pace: “Pace a voi”! E non fanno solo l’esperienza della riconciliazione, ma sentono questo invito che stupisce ancora di più: “come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Non sono stati condannati o almeno rimproverati, dopo esser fuggito e aver tradito la fiducia del Signore, ma sono mandati come Gesù stesso fu mandato dal Padre. Dopo l’esperienza del perdono, sperimentano la fiducia del Signore in loro, poveri peccatori. Ricevono una missione molto aldilà delle loro capacità, e ne sono dolorosamente consapevoli. Sanno che, senza l’aiuto dello Spirito, è una missione impossibile. L’esperienza della misericordia dei discepoli significa dunque non solo essere consapevoli della loro miseria, non solo sentirsi perdonati e non solo essere mandati per annunziare al mondo questa bontà di Dio, ma anche sperimentare che la forza di Dio, lo Spirito Santo, li sta accompagnando nella loro esistenza. Capiscono allora che solo chi ha vissuto in profondità l’esperienza della fragilità umana e della misericordia di Dio può trasmettere agli altri questo dono di Dio.

La misericordia non è dovuta a nessuno! Ma diventa così la presa di coscienza umile, senza nessuna pretesa, dell’incomprensibile amore di Dio per noi, una bontà che vince ogni povertà e ogni debolezza, se accettiamo di riconoscere la nostra realtà. Non è una questione di potere conferito a qualcuno, né di privilegio dovuto a tutti! Nella misericordia sono svelati ai nostri occhi, nello stesso tempo, la nostra piccolezza e la nostra grandezza. Difatti, non meritiamo assolutamente niente, ma Dio ci ha tanto amati da dare il proprio Figlio per noi. Il nostro valore viene da questo amore infinito di Dio per noi. Non è frutto dei nostri meriti ma delle Sua immensa bontà per noi, per ognuno di noi. La misericordia è infatti l’altro nome dell’amore!

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