Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16. 5,7-9; Gv 18,1-19,42.
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Nel vangelo del venerdì santo si intrecciano diverse passioni. C’é prima di tutto la passione del Signore tradito, abbandonato, umiliato, colpito dalle guardie e oggetto di derisione, prima di essere flagellato e crocifisso. E c’é anche la passione della Vergine Maria, la madre di Gesù, che lo segue e rimane con Lui fino alla Croce, in piedi tra le due altre Maria, e che assiste alla morte del figlio. Maria vive nel suo cuore e nelle sue viscere la passione di Gesù. E poi c’é anche la passione dei discepoli e di Pietro che non capiscono niente, che tentano di difenderlo con la spada prima di fuggire, presi dal panico.
Pero, nel racconto che abbiamo appena ascoltato, si sente che c’é una differenza immensa, tragica, tra la passione di Gesù e di Maria da una parte, e dall’altra la passione dei discepoli e di Pietro. Per il Signore e per Sua madre, questa passione significa prima di tutto il compimento di una missione per la salvezza del mondo, e il ritorno del Figlio verso il Padre. Anche se questa prospettiva non toglie niente alla sofferenza di Gesù e al dolore di Maria, questa passione prende tutto il suo senso nella profezia di Simeone: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, e anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.
Ma per Pietro e gli altri discepoli, la passione del loro Signore è prima di tutto un terribile scandalo, una immensa ingiustizia. Significa per loro il crollo di tutto ciò che aspettavano e speravano. Con Gesù, non sta morendo solo il loro maestro, ma anche tutta la loro speranza. Non capiscono più niente. Dio è diventato per loro un mistero incomprensibile. Se fuggono, se lo abbandonano, è perché non capiscono ciò che sta succedendo. Per loro, la morte di Gesù e la morte di ciò che era il più prezioso e il più bello nella loro vita. La morte sembra subito più potente della vita.
A questo duplice significato della passione corrisponde spesso la nostra esperienza personale. Come Pietro e i discepoli, di fronte alla prova, abbiamo anche noi l’impressione che la vita non valga più la pena di essere vissuta. La tentazione nostra è, allora, come per i discepoli, di rifugiarci nell’amarezza e nel rancore, di rimanere rinchiusi nel nostro dolore. La Croce diventa solo lo scandalo della Croce, un segno di morte. Ma poi, quando rimaniamo accanto a Maria, la Croce prende pian piano un altro significato: diventa il segno della vittoria di Dio sulla morte, un segno di speranza e di misericordia. Diventa il segno che Dio ci accompagna attraverso tutte le vicende della nostra esistenza per farne una via verso la risurrezione e la vita. La Croce diventa il segno della vittoria di Dio sul peccato e sulla morte.
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