Mauro-Giuseppe Lepori, Il passaggio di Dom Godefroy

Mauro-Giuseppe Lepori, Il passaggio di Dom Godefroy

Testimonianza alle esequie di Dom Godefroy Raguenet de Saint Albin, OCSO, Abate di Acey. Abbazia di Acey, 11 agosto 2023

 

Dom Godefroy ci aveva detto che sarebbe arrivato all’alpeggio delle Echelettes, con un giorno di ritardo, il 2 agosto nel primo pomeriggio. Poiché era una bella giornata, Fratel Nicola-Maria e io eravamo usciti per una passeggiata e quando siamo tornati alla fine del pomeriggio, ho visto che Dom Godefroy era arrivato, ma sicuramente era già andato a conquistare qualche montagna. Lo vedemmo tornare la sera, raggiante di gioia per essere riuscito a scalare il Gros-Brun: un’impresa che solo lui poteva permettersi di portare a termine in poche ore. Mi disse che in cima – dove c’è una grande croce, proprio come sulla cima dell’ultima montagna che scalerà – aveva perso il berretto. Chissà, forse l’inizio di un processo di spogliazione che si compirà in meno di 24 ore…

La serata, la cena, con il buon vino, il formaggio di Cîteaux e i pomodori di Fr. Julien d’Acey che era orgoglioso di offrirci; la notte tranquilla, le Lodi e l’Eucaristia celebrate insieme, l’abbondante colazione, fino alla partenza verso le 9, tutto è ormai pieno di segni e di messaggi definitivi che il silenzio in cui ci ha immerso la sua morte fanno risuonare nella nostra memoria, assetata di senso di fronte al mistero. Sento l’urgenza, quasi una missione, di trasmettere semplicemente questi segni e messaggi, come un testamento che un pellegrino frettoloso avrebbe messo nelle mie mani prima di scomparire.

A cena, mercoledì sera, abbiamo parlato a lungo dei nostri Ordini, del nostro ministero e delle nostre ultime missioni. Era tornato felice da una visita in Inghilterra, dove aveva sperimentato il miracolo dell’azione dello Spirito nei cuori e nelle coscienze. Ci ha parlato della sua comunità di Acey e delle sue case-figlie: per ognuna, assieme alla consapevolezza della fragilità, uno sguardo positivo di speranza, spesso aggrappato a piccoli segni. Ho condiviso con lui una parola che ho ricevuto recentemente da una monaca anziana e molto fragile di Talavera de la Reina, in Spagna, quando le ho chiesto quale fosse, secondo lei, il bisogno più urgente oggi per i nostri Ordini, per la vita monastica e per tutta la Chiesa. Dopo un lungo silenzio, ha risposto: “Essere poveri!” Ho visto risuonare questa parola nel povero che era padre Godefroy. Il suo sguardo l’ha riflesse su di me, rendendola ancora più nitida e trafiggente al cuore della nostra responsabilità, del nostro ministero, della nostra vocazione.

Il 2 agosto era l’anniversario della mia prima vocazione, alla Porziuncola di Assisi. Ha fatto eco a questa confidenza dicendoci che presto sarebbe stato l’anniversario della sua prima vocazione monastica, quando, credo nel 2000, in missione militare negli Stati Uniti, andò a trascorrere il 5 e 6 agosto all’Abbazia di Spencer. La foresteria era piena per non so quale anniversario, ma lui andò lo stesso, alloggiando nel bosco dell’Abbazia. Nella notte verso la festa della Trasfigurazione del Signore ha ricevuto la sua vocazione. Per questo, ci comunicò la sua intenzione di recarsi la sera del 5 agosto alla Certosa della Valsainte, molto vicina al nostro chalet, per le Vigilie della Trasfigurazione.

Passò la notte vicino al nostro oratorio, sotto il tetto dello chalet, in uno spazio in cui poteva dormire per terra, come, a suo dire, gli aveva consigliato il suo medico per alleviare i dolori alla schiena. Al mattino, quando salimmo per le Lodi e la Messa, lo trovammo già rivestito del camice. Aveva preparato i vasi sacri e il messale. Aveva messo molto vino nel calice. Gli feci notare che era un po’ eccessivo per tre persone. Lui sorrise e disse: “Domani se ne metterà di meno!” In seguito pensai che quel calice pieno era la “coppa traboccante” (Sal 22,5) di cui aveva bisogno per la sua ultima Eucaristia, la sua ultima comunione al Sangue del Signore.

Era sorpreso che non avessi preso la Messa in memoria del Curato d’Ars. Gli feci notare che era il 3 agosto e che la memoria di Jean Marie Vianney sarebbe stata il giorno successivo. Mi resi conto che sicuramente aveva appena pregato le Vigilie della memoria del santo che presto avrebbe incontrato in Cielo…

Quando scendemmo al piano di soggiorno dopo la Messa, vedemmo che aveva già apparecchiato la tavola. Anche lì, con stoviglie e un’abbondanza che si addiceva più a un pasto festivo che a una colazione. Infatti durò abbastanza a lungo, sempre dialogando sulla vita monastica e le comunità e persone che conoscevamo.

Dopo la colazione, pianificò con cura la sua escursione. Scoprì che nel garage c’era una bicicletta. Era felice di questa scoperta, perché gli avrebbe permesso di andare più lontano e di raggiungere montagne più alte. Ha consultato le mappe, ma non abbiamo trattenuto cosa avesse in mente, se non che voleva passare alla bellissima chiesa romanica di Rougemont, un ex priorato cluniacense. Aveva in mente diverse mete e avrebbe deciso sul posto.

Partì verso le 9, salutandomi con un volto che irradiava una gioia di bambino. Stavo dipingendo un acquerello di un pastore circondato da pecore. Si chinò a guardarlo. Gli dissi che non era riuscito, soprattutto nelle proporzioni tra il pastore e le pecore. Allora mi disse una cosa su cui ora non cesso di meditare: “No, va bene. Ma si dovrebbe aggiungere le orecchie delle pecore!”

“Dare le orecchie alle pecore…” Ora che il nostro amico pastore ha lasciato la sua presenza fisica in mezzo al suo gregge e alle altre pecore e greggi a lui affidati, non cesso di pensare a questa frase. Mi riporta alla Regola di san Benedetto, che si rispecchia tutta nella sua prima parola: “Obsculta, o fili – Ascolta, o figlio!” (Prol. 1). Penso soprattutto al passo in cui san Benedetto rende il padre abate responsabile davanti al giudizio finale di Dio “del suo insegnamento e dell’obbedienza [cioè dell’ascolto] dei suoi discepoli” (RB 2,6).

Spesso pensiamo che questo implichi una responsabilità disciplinare, che siamo responsabili di ciò che i fratelli o le sorelle fanno o non fanno. San Benedetto era più preoccupato che le pecore del gregge avessero orecchie per ascoltare la voce del Signore, e questa è la responsabilità che ogni pastore di comunità deve avere, una responsabilità che si esercita prima di tutto con la propria obbedienza, il proprio ascolto della parola di Dio, della voce dello Sposo.

“Dare le orecchie alle pecore…”: questa osservazione, l’ultimo messaggio che Dom Godefroy deve aver rivolto a qualcuno su questa terra, è un consiglio che lo Spirito gli ha fatto rivolgere più al pastore che all’acquarellista di fronte alla sua opera incompiuta. Quale padre o madre, quale abate o abbadessa, non prova un insormontabile senso di incapacità a disegnare la propria comunità con la bellezza e l’armonia che desidera, che sente il dovere di raggiungere? Quello che so della sua storia mi porta a credere che questa fosse anche la grande preoccupazione di padre Godefroy e che egli rimarrà fedele a questa missione anche dal Cielo.

Quello che è certo è che aveva cominciato ad assumersi la responsabilità della sua propria obbedienza, del suo proprio ascolto di Dio. Confesso che mi sento a disagio al pensiero che la sua discesa troppo rapida dalla cima della Dent de Brenleire sia stata determinata dal suo desiderio di obbedirmi. L’hanno visto alle 16 in vetta e gli avevo chiesto se poteva tornare per il pasto principale, che avremmo consumato alle 18. Era abbastanza forte e forse abbastanza spericolato da cercare di arrivare in due ore dalla cima di questa montagna alla bicicletta parcheggiata al Gros Mont e poi pedalare con tutte le sue forze fino al nostro chalet. Temo la sua obbedienza. Che lo ha fatto correre sulla cresta dalla quale è presto scivolato nel burrone e la morte immediata. Ha obbedito fino a cadere, come un chicco di grano, a terra; ha obbedito fino alla morte, una morte che ha disegnato sul suo corpo, sul suo volto, le ferite e i lividi del Cristo della Passione… “Il primo grado di umiltà è l’obbedienza senza indugio. È l’atteggiamento proprio di coloro che non hanno per sé nulla di più caro che Cristo” (RB 5,1-2), scrive San Benedetto.

Mi chiedo, ma potrebbe essere un’eresia, se Dio Padre non abbia provato lo stesso disagio nel vedere suo Figlio obbedirgli fino alla morte in Croce…

Ma Dom Godefroy ci ha lasciato un altro segno, più luminoso, per dimostrarci che stava lavorando con amore all’ascolto della voce dello Sposo. Mentre ci preparavamo per la Messa, nello spazio di sacrestia e biblioteca dove aveva trascorso la notte, vidi che aveva fatto la sua lectio su un tavolino dove aveva portato una lampada e dove giaceva aperta la sua grande Bibbia. Durante le lunghe ore della notte e del giorno in cui lo si cercava, in cui lo aspettavamo, sono andato a guardare questa Bibbia e ho scoperto che la sua ultima lectio divina lo aveva immerso nei capitoli 19 e 20 del Vangelo di San Giovanni. Le due pagine aperte iniziavano con il versetto 34 del capitolo 19: “Ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”. La seconda pagina termina con questo passo del capitolo 20: «Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo.”» (Gv 20,20-22).

Tra il Cuore trafitto del Crocifisso e il Cuore rivelato del Risorto, queste pagine annunciano la discesa di Gesù nel sepolcro, la sua risurrezione e la sua apparizione a Maria Maddalena e agli apostoli. Nel suo passaggio pasquale, che continua a compiersi nel tempo della Chiesa, Gesù viene a incorporare i suoi discepoli alla sua Vita eterna, attraverso il dono dello Spirito.

Il nostro fratello Godefroy ha ascoltato questa parola, questa chiamata pasquale, e ha seguito fino in fondo, ardente d’amore, l’Agnello immolato e vivo per sempre!

Ieri mattina, come ogni giorno quando sono all’alpeggio, sono andato a pregare le Vigilie sulla strada che porta a un altro chalet, dove mi siedo per un po’ su una panchina in silenzio davanti alle montagne e alla valle. Per la prima volta in 38 anni, ho notato improvvisamente che dietro il bosco della montagna di fronte emerge la cima di un picco roccioso. Proprio l’ultima cima raggiunta da Dom Godefroy, la Dent de Brenleire! Ai primi raggi del sole nascente, la Croce di metallo su questa cima brillava come una stella del mattino, il segno mariano di una speranza invincibile!

Fr. Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale OCist

Download diretto

FileDimensione del file
pdf Dom Mauro Lepori per dom Godefroy154 KB
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online