II DOMENICA DOPO EPIFANIA – C

II DOMENICA DOPO EPIFANIA – C

Signore, ascolta la mia voce!
Di te il mio cuore ha detto:
«Cerca il suo volto!».
Io cercherò il tuo volto, Signore;
non ti celare mai.
Sal 26 (27), 7-9a

LETTURA
Intercessione di Ester presso il re e invito al banchetto
Est 5, 1-1c. 2-5

SALMO
Sal 44 (45), 11-12. 14-15. 17-18

 

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;
il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio. R/.
Entra la figlia del re: è tutta splendore,
tessuto d’oro è il suo vestito.
È condotta al re in broccati preziosi;
dietro a lei le vergini, sue compagne, a te sono presentate. R/.
Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli;
li farai principi di tutta la terra.
Il tuo nome voglio far ricordare per tutte le generazioni,
così i popoli ti loderanno in eterno, per sempre. R/.

EPISTOLA
In Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo.
Ef 1, 3-14

CANTO AL VANGELO
(Cfr. Gv 2, 2. 11)

VANGELO
Il segno alle nozze di Cana.
Gv 2, 1-11

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO

GIOVANNI CRISOSTOMO
Comment. in Ioan., 22, 1-2

L’ora di Gesù

Che c’è tra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta” ( Gv 2,4).

È certamente cosa faticosa il tenere sermoni, come riconosce lo stesso Paolo con queste parole: “I presbiteri che governano bene siano compensati di duplice onore: soprattutto quelli che si affaticano e nella predicazione e nell’insegnamento” (1Tm 5,17). Però dipende unicamente da voi il rendere questa fatica leggera o pesante. Se respingete quanto vi si dice, oppure, senza respingerlo, non lo mettete in pratica, la nostra fatica sarà pesante, perché sappiamo di lavorare inutilmente; se, invece, prestate attenzione e mettete in pratica quanto ascoltate, non ci accorgeremo neppure del sudore che tutto questo ci costa: l’abbondanza dei frutti delle nostre fatiche ce le farà sembrare leggere. Perciò, se volete stimolare il nostro zelo, e non spegnerlo o diminuirlo, mostratecene, vi prego, il frutto, affinché, vedendo il buon raccolto, confortati dalla speranza di prosperità e contando già i buoni risultati che ne ricaveremo, non siamo indolenti nell’impegnarci in un’impresa così importante. Infatti, anche la questione che oggi ci proponiamo di trattare non è di scarsa importanza. La madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”, e il Cristo le rispose: “Che c’è tra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”; però, dopo aver risposto così, egli compì proprio quello che gli aveva chiesto la madre. Tale questione non è meno difficile e importante della precedente. Invocando dunque l’aiuto di colui che fece questo miracolo, cerchiamo di arrivare prontamente alla soluzione.

Notiamo prima di tutto che questa espressione non ricorre solo in questa circostanza; lo stesso evangelista dice più avanti: “Nessuno lo arrestò, perché la sua ora non era ancora venuta” (Gv 8,20); e ancora: “Nessuno gli mise le mani addosso perché la sua ora non era ancora venuta” (Gv 7,30); e infine il Salvatore dice: “È venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo” (Gv 17,1). Ho raccolto qui tutti questi passi tratti dall’intero Vangelo, per darne un’unica soluzione. Qual è in effetti il significato di queste espressioni? In primo luogo, il Cristo non era soggetto alle leggi del tempo, e non era per obbedire alle esigenze di una determinata ora che egli diceva: “L’ora mia non è ancora venuta”. E come avrebbe potuto l’Autore del tempo, il Creatore delle ere e dei secoli, subire una tale necessità? Esprimendosi in questo modo, vuole solo farci intendere che egli compie ogni cosa a tempo opportuno e non tutte nello stesso tempo; giacché se non fissasse a ciascuna delle sue opere il momento opportuno, la nascita, la risurrezione, il giudizio dovrebbero mescolarsi l’un l’altro, e ne nascerebbe confusione e disordine. Notate bene, infatti: Era opportuno che la creazione avvenisse, ma non tutta in una volta; era opportuno che venissero creati l’uomo e la donna, ma non entrambi nello stesso istante; era opportuno condannare alla morte il genere umano e che avvenisse poi la risurrezione, ma tra i due decreti doveva esservi un grande intervallo; era opportuno che venisse data la legge, ma non contemporaneamente alla grazia; a ciascuna delle due cose conveniva un tempo particolare. Il Cristo non era dunque soggetto alla necessità dei tempi, ma è lui che ha assegnato un ordine ai tempi, e che li ha creati.

Se perciò Giovanni riporta qui la frase del Cristo: “L’ora mia non è ancora venuta”, è per significare che egli era ancora sconosciuto a molti e che non aveva neppure al suo seguito l’intera schiera dei discepoli: lo seguivano solo Andrea e Filippo e nessun altro; e nemmeno questi lo conoscevano in maniera adeguata, come neanche sua madre e i suoi fratelli. Prova ne è quanto dice l’evangelista a proposito dei fratelli, dopo che erano avvenuti molti miracoli: “E neanche i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7,5). Così non lo conoscevano nemmeno quelli che erano presenti alle nozze: altrimenti, essi stessi gli si sarebbero avvicinati e lo avrebbero pregato, trovandosi ad aver bisogno di lui. Ecco perché egli dice: “L’ora mia non è ancora venuta”: – non sono, cioè, ancora conosciuto dai presenti ed essi non sanno neppure che il vino manca. Lascia che almeno se ne accorgano. Però non sei tu che devi rivolgermi questa domanda, perché tu sei la madre e rendi sospetto il miracolo. Sarebbe stata cosa più opportuna che quelli stessi che si trovano nel bisogno fossero venuti da me a pregarmi; non perché questa sia per me una condizione indispensabile, ma affinché essi accolgano il miracolo che io compirò con piena soddisfazione -. Chi, infatti, sa di trovarsi in stato di necessità, appena ottiene quello che desidera, pensa di aver ricevuto una grande grazia; chi, invece, non si rende ancora conto di trovarsi nel bisogno, non avrà neanche una chiara e piena coscienza del beneficio.

«Ma perché mai – mi chiederete -, dopo aver detto: “L’ora mia non è ancora venuta” e dopo aver opposto un rifiuto, compì ciò che la madre gli aveva chiesto?». Per dimostrare ai suoi oppositori e a quanti lo ritenevano soggetto all’ora e al tempo, che non lo era affatto. Se, infatti, fosse stato soggetto ad essi, come avrebbe potuto compiere quest’opera, quando non era ancora venuta l’ora? Inoltre, egli volle rendere onore a sua madre, affinché non sembrasse resisterle completamente, non si spargesse la diceria della sua impotenza a compiere qualcosa di straordinario, e per non farla vergognare in presenza di tante persone: ella, infatti, gli aveva mandato i servitori. Anche quando disse alla Cananea: “Non è bene prendere il pane dei figlioli per gettarlo ai cagnolini” (Mt 15,26), le concesse poi ciò che ella gli aveva chiesto, commosso dalla sua insistenza; e benché le avesse detto precedentemente: “Io non sono stato mandato se non per le pecorelle smarrite della casa d’Israele” (Mt 15,24), egli le liberò la sua figlia.

Impariamo da questi esempi che la perseveranza spesso ci rende degni di ricevere le grazie, anche se ne siamo indegni. Per questo anche la madre aspettò, e poi saggiamente gli mandò i servitori affinché egli venisse pregato da più persone. Aggiunse infatti: “Fate quello che vi dirà” ( Gv 2,5). Ella sapeva che non era per incapacità che le aveva opposto un rifiuto, ma perché rifuggiva dalla vanità, e per evitare ogni apparenza di precipitazione nel fare questo miracolo, gli fece avvicinare i servitori.

C’erano là sei idrie, per la purificazione dei Giudei, della capacità di due o tre metrete l’una. Gesù disse loro: «Riempite le idrie di acqua». Ed essi le riempirono fino all’orlo” (Gv 2,6-7). Non senza motivo l’evangelista precisò: “per la purificazione dei Giudei”, affinché nessun incredulo potesse pensare che vi fosse rimasta dentro un po’ di feccia di vino la quale, mescolandosi con l’acqua in esse versata, avesse prodotto una sorta di vino leggerissimo. Disse dunque: “per la purificazione dei Giudei”, per precisare che in quelle idrie non veniva mai conservato il vino. Infatti, soffrendo la Palestina di penuria di acqua ed essendo colà rare le fonti e le sorgenti, i Giudei tenevano idrie piene d’acqua, per non essere costretti a correre al fiume quando diventavano impuri e per avere a portata di mano il mezzo per purificarsi.

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