Messaggio cristiano nelle espressioni dell’epoca post-verità-ottimistica-parola
Introduzione
Il mondo contemporaneo è spesso descritto alla luce di una certa confusione e di significati frammentati. Tuttavia, la divisione del cuore umano sembra ancora una volta abbastanza naturale alla ricerca di una nuova combinazione integrale. Questo non è solo un cambio di epoche, che ha datto da fare ai teologi, ma anche le nuove manifestazioni della realtà del nuovo e del vecchio (Mt 13,52) e le nuove possibilità della loro nuova multiforme riflessione nella realtà odierna.
In questo elaborato cercherò di toccare ciò che spesso distingue dalle prime righe il contenuto della fede cristiana nelle molte opere teologiche contemporanee. Intendo la connessione tra una parola e un’immagine, nel suo senso più stretto e più ampio. Tra la Parola e il mondo che da Essa è creato e salvato (Gv 1,2; 20,31).
Partire dall’eredità
Nell’iconografia del cristianesimo orientale c’è una stretta relazione tra la Parola e l’Immagine, che inevitabilmente tocca il concetto di Bellezza, che è una combinazione inscindibile della bellezza e della Bontà, e quindi è necessario introdurre un altro concetto: la Verità. Perché la vera bellezza (enfasi sulla parola “vera”) è inseparabile dalla bontà e viceversa. Ed è probabilmente difficile non notare come la riduzione e la frammentazione del cuore umano influenzi il modo in cui la persona vive e anche ciò che crea. Il contenuto della riproduzione e creativività dipende non solo da come vede, ma anche da come sente. Parola – Verità – Bellezza – Immagine. E qui dobbiamo distinguere tra “oda” e “sente”.
Sembra che viviamo non solo nell’era postmoderna, ma anche nell’epoca del post-ottimismo, della post-verità e della post-parola. In un momento in cui un piccolo smartphone può contenere centinaia di traduzioni della Sacra Scrittura e la ricerca del versetto che ci serve o ci interessa per una parola chiave sconfiggerà il più grande conoscitore della Scrittura in pochi secondi, non ci fa eco? – La parola di Dio era rara in quei giorni (Sam 3,1)
L’iconografia è un riflesso di un altro mondo al di la. Pratica della doratura e il canone rigoroso dell’uso dei colori non è solo un omaggio a un certo senso o un gusto estetico, ma una codificazione del celeste che è già presente qui. E non è solo uno stratagemma astratto. Uno dei prerequisiti più importanti per una vera iconografia non è né l’abilità artistica, né le capacità acquisite e la conoscenza dei canoni, sebbene siano sicuramente necessarie, ma l’autenticità. Pertanto, l’inizio e il processo della pittura di icone sono la preghiera e il digiuno. È una comunicazione viva con la Parola e la sincronizzazione della realtà interiore del pittore di icone con essa e con il suo Prototipo, con il Verbo Incarnato. Un certo ascetismo della creazione del quadro è inerente anche alla pittura. L’immagine dell’artista, che fa apparire davanti a noi la bellezza e la musica di un luogo tranquillo, migliaia di miriadi dei sentimenti umani sono scandite da ore di una grande rinuncia, una ricerca e spesso una sofferenza. La domanda su perché: nel nome di cosa o di Chi rimane sempre aperta. (segue)
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