Guillaume Jedrzejczak, Omelia per San Benedetto

Guillaume Jedrzejczak, Omelia per San Benedetto

Pr 2,1-9; Ef 4,1-6; Lc 22,24-30.

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         Non solo tra gli uomini nella società, ma anche tra i monaci e le monache o tra le comunità, c’è sempre questa tentazione di stabilire delle gerarchie, di cercare chi è il più grande! Il Signore non nega questa nostra realtà. Ci vogliono delle persone che governano e esercitano il potere. Però egli cambia i criteri che usiamo di solito: il più grande sarà come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Per noi, l’autorità non è più un potere ma un servizio.

         Questo servizio dell’autorità, San Benedetto lo descrive in diversi capitoli della sua regola, con tutte le sue esigenze e i suoi doveri. Però, ciò che colpisce quando si legge la regola, è il modo di esercitarlo. Per esempio, nel capitolo 27, in mezzo al cosiddetto codice penale della regola, Benedetto ricorda l’impostazione fondamentale di questa carica attraverso due immagini bibliche: il medico che cerca di curare e il buon pastore che lascia il suo gregge per ritrovare la pecorella smarrita. E altrove, nel capitolo 64, Benedetto insiste sul fatto che l’abate deve essere “attento a non eccedere, perché non avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso”, e ricorda “che la canna percossa non bisogna spezzarla”.

         Dietro queste immagini, possiamo intuire un po’ l’esperienza di Benedetto stesso. Per lui la propria fragilità non è un ostacolo, ma piuttosto un aiuto per capire e compatire. Per Benedetto, l’autorità suppone dunque non solo di perdere le illusioni su se stesso e dunque di accogliere la propria fragilità, ma soprattutto di sperimentare come la grazia usa questa nostra povertà per il bene nostro e per il bene degli altri. In un certo senso solo chi ha sperimentato la salvezza nella propria vita può diventare per gli altri strumento di misericordia.

         Spesso si cerca di giustificare la vita monastica con tante spiegazioni. Però la sua vera utilità è forse solo di fare di noi dei testimoni della grazia di Dio che ci salva, non malgrado ma attraverso le nostre infermità. Il mondo ha tanto bisogno oggi di persone che siano testimoni, poveramente testimoni di questa grazia di Dio che rende forte chi accetta di non essere niente. Benedetto ci ha aperto la via e ci ha mostrato il cammino. Il nostro compito è solo questo: vivere ciò che ci ha insegnato perché il mondo possa intuire come il Signore è buono e quanto ci ama, cioè senza misura!

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