Pr 2,1-9; Ef 4,1-6; Gv 15,1-8.
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Leggendo, ieri, questo brano del vangelo di Giovanni, tornavano alla mia memoria alcuni versetti della Regola di Benedetto, nel capitolo sessantaquattro, a proposito della carica dell’Abate o della Badessa della comunità, in cui San Benedetto consiglia: “Nel correggere usi grande prudenza e moderazione, perché, volendo troppo raschiare la ruggine, non gli accada di frantumare il vaso. Consideri sempre la propria fragilità e si tenga vigilante, ricordando che non si deve spezzare la canna già incrinata”. E mi chiedevo come armonizzare questi due testi che sembrano così diversi. Come potrebbe l’Abate, tagliare e potare la vite, e nello stesso tempo evitare di frantumare e di spezzare?
Si capisce bene che questa domanda non vale solo per le comunità monastiche. I genitori, gli insegnanti, i responsabili di imprese o di amministrazioni devono affrontare lo stesso problema, la stessa sfida. Perché devono e insieme la misericordia e la severità, la bontà e l’invito a progredire. Come mettere insieme questi due inviti evangelici? Come essere misericordioso senza essere debole, e come far crescere rispettando la fragilità dell’altro? In un certo senso, come essere padre e madre nello stesso tempo?
La risposta, ce la dà forse San Benedetto nei versetti seguenti della sua regola quando dice: “Non intendiamo dire, con questo, che debba lasciar crescere i vizi, ma piuttosto che usi carità e prudenza nell’estirparli, procedendo nel modo più conveniente nei riguardi di ciascuno”. E lo stesso Benedetto aggiunge anche per l’Abate questo comandamento: “Detesti i vizi, ami i fratelli”. Per tagliare e potare, ci vuole, dunque, questa vera carità, questo amore di Padre che preferisce il nostro bene, anche se non lo vogliamo. Conosce il nostro cuore e sa fin dove possiamo accogliere la correzione. Preferisce il nostro bene, e non la sua tranquillità, accettando di non essere sempre capito.
Questo brano del vangelo di Giovanni e questi versetti della regola di Benedetto ci insegnano, infatti, cosa è un amore autentico. Perché l’amore, quando è vero, suppone sempre anche la forza di volere e di fare il bene dell’altro. Spesso, quando il nostro cuore è debole, preferiamo salvare una pace falsa. Come afferma la saggezza popolare, pensiamo che l’amore rende ciechi e si dovrebbe accettare tutto. Però ciò che dicono la regola di Benedetto e il vangelo è molto diverso. Dio preferisce il nostro autentico bene anche se rifiutiamo di riconoscerlo. Però lo sa fare senza mai “spezzare la canna già incrinata” o “frantumare il vaso”, perché conosce i nostri limiti, le nostre fragilità.
Questo rispetto infinito per ognuno di noi, Dio ce lo chiede anche per i nostri fratelli. Dobbiamo certo imparare da Dio questa forza dell’amore che non cerca il proprio interesse, ma senza dimenticare questa pazienza che sopporta con “umiltà, dolcezza e magnanimità”. L’aveva capito molto bene l’apostolo Paolo che lo ricorda agli Efesini nella seconda lettura. Perché, se la vera pace non rinuncia mai al bene dell’altro, ella sa rimanere paziente, piena di speranza e di carità!
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