Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la Notte di Natale

Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la Notte di Natale

Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14.

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Gli autori importanti dell’epoca, che corrispondono alla nostra stampa di oggi, avrebbero certamente ritenuto e commentato a lungo le prime righe del vangelo di questa notte: il decreto di Cesare Augusto, il censimento, e il nome del governatore delle Siria, Quirinio. Oggi ancora, questi elementi sono ciò che i giornalisti chiamano i fatti importanti, i fatti che cambiano per loro la realtà e valgono la pena di essere ricordati e commentati. In un certo senso, l’evangelista San Luca iscrive così l’evento che sta succedendo nella piccola città di Betlemme, nel corso della così detta grande storia, la storia dei libri e delle persone importanti.

Però, ciò che è molto strano, è il fatto che questi eventi, considerati importanti per il mondo, a noi non importano per niente. Perché per noi, la vera storia, cioè la storia che ha cambiato veramente il mondo e il destino dei popoli attraverso i secoli è altrove. Per noi, ciò che conta veramente è proprio ciò che per gli storici e i cronisti dell’epoca non valeva la pena raccontare, cioè la nascita di un bambino in un paesino della Palestina occupata dai Romani, un bambino nato da Maria. Dietro la storia ufficiale, quella dei manuali e degli storici, c’è dunque la vera storia, quella spirituale che cambia veramente la faccia del mondo.

Perché l’evento di Natale non è solo un evento storico, cioè un fatto verificabile, ma è per noi un cambiamento radicale della nostra visione della realtà. Quando il Verbo si fa carne, quando Dio si avvicina alla nostra umanità in questo mondo, c’è l’inizio di una vera rivoluzione non solo spirituale ma anche mentale. Difatti, i primi Concili dei primi secoli hanno provato di esprimere con il credo di Nicea-Costantinopoli questa rivoluzione mentale che mette insieme due realtà assolutamente contraddittorie: l’umanità e la divinità pienamente presenti nella stessa persona. Come mai si può pensare che Dio venga da noi e si faccia carne? Come mai si può immaginare che il cielo e la terra si toccano in questo piccolo bambino nato a Betlemme?

Certo, la saggezza popolare ha cercato di esprimere questo mistero insondabile con diverse immagini: il presepio, l’albero di Natale e tante altre belle cose. Però, ciò che rimane incredibile, e lo rimarrà per sempre, è questa straordinaria vicinanza di Dio con la nostra umanità. E rimane ancora oggi un mistero assoluto per noi. Perché se riusciamo a pensare un universo eterno senza Creatore da una parte, o dall’altra parte un Dio così infinito e lontano, aldilà di tutto ciò che si può pensare e immaginare, rimane però impossibile pensare che questo Dio venga abitare in mezzo a noi, nella piccolezza e nella fragilità della nostra carne mortale. Mettere insieme la piccolezza della nostra povertà e la grandezza infinita del Creatore sembra ancora oggi completamente follia per gli uomini, come diceva San Paolo. Per noi, rimane impossibile pensare l’infinito e l’assoluto divino presente nella piccolezza e l’umiltà. Per questo motivo, il mistero di Natale rimane una rivoluzione che distrugge per sempre le nostre categorie e il nostro modo di pensare. Ci lascia senza voce! E ci spinge ad ascoltare il canto degli angeli: gloria a Dio in cielo e sulla terra!

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