Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la 23.a domenica del T.O.

Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la 23.a domenica del T.O.

Is 35, 4-7a; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37.

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La presenza di Gesù nella Decapoli è già in se un elemento importante di questo brano del vangelo di Marco. Difatti, se la Galilea delle nazioni aveva una cattiva fama per i giudei, la Decapoli era vista come l’immagine del paganesimo, peggio ancora della Samaria. Però la presenza del Signore in questa terra così disprezzata dai suoi contemporanei era il segno che Gesù proponeva la buona notizia molto aldilà dei limiti non solo geografici, ma anche mentali e spirituali, del suo popolo. L’alleanza non era più riservata ad alcuni, una piccola élite, che poteva disprezzare gli altri. Gesù andava alle periferie, come si dice oggi. Per questo motivo, dobbiamo anche noi capire che la fede non è un discorso riservato a quelli che credono e pensano come noi. La fede suppone sempre questa apertura agli altri.

Però cosa significa questa accoglienza? Ce lo spiega molto bene il racconto del miracolo che Gesù sta compiendo. Alla domanda molto concreta, molto carnale, di poter sentire e di poter parlare, Gesù risponde con un miracolo che assomiglia a una nuova creazione, toccando gli orecchi e la lingua del sordomuto, soffiando come Dio, nel secondo racconto della Creazione dell’uomo. Ciò che sta succedendo non è solo come una risposta alla profezia di Isaia, ma è anche una parabola molto concreta che riprende la storia dell’umanità. Gesù non fa solo saltare i limiti del popolo di Israele, ma riprende la storia agli inizi del mondo. Dio viene in mezzo a noi non solo per curare, ma anche per rinnovare.

Ma forse la cosa più importante è ciò che succede dopo, e che sottolinea Marco nel suo vangelo.  “Più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano”! Cioè solo chi ha fatto l’esperienza di essere guarito, di essere salvato, solo chi ha ritrovato l’udito per sentire e la capacità di parlare può proclamare il vangelo e essere credibile. Ed è forse questo il punto più importante di questo brano del vangelo di Marco. Tanti pensano di sentire, però rimangono sordi. Tanti passano il tempo a parlare a lungo, ma non dicono niente che tocca il cuore e rimane. Tanti credono di sentire e di parlare, ma sono infatti sordomuti, sono come un soffio che sparisce nelle tenebre e l’ombra della morte.

Questo pagano guarito da Gesù ha fatto l’esperienza di sentire ciò che non aveva mai udito prima. Perché la Parola di Gesù, la parola di Dio, non è rumore di suoni che passa e se ne va. La Parola di Dio è via, verità e vita. Chi la sente per la prima volta nel suo cuore capisce subito che non aveva mai sentito niente di valido prima. Capisce che dietro tante parole e tanti discorsi, non c’è molto spesso niente che vale la pena. Però, basta una sola parola del Signore, basta sentirlo una volta, per cambiare di vita e cominciare a vivere veramente. Se il Signore guarisce tanti ciechi nei vangeli, se fa tanti miracoli per guarire non solo gli occhi, ma anche gli orecchi e la bocca, lo fa soprattutto perché cominciamo a riflettere e a meditare sul nostro modo di guardare senza vedere, di sentire senza ascoltare, di parlare per dire cose senza interesse. I miracoli di Gesù sono come un segno, e un contrassegno, della nostra incapacità, della nostra povertà, ma anche della guarigione che viene!

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