Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la 22.a Domenica del T.O. – C

Guillaume Jedrzejczak, Omelia per la 22.a Domenica del T.O. – C

Sir 3, 17-29; Eb 12, 18-24a; Lc 14, 1.7-14.

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         In questo brano del vangelo di Luca, il Signore vuole insegnarci i primi passi della libertà spirituale. Perché sono soprattutto due le cose che ci impediscono di arrivare alla libertà interiore: il posto che pensiamo di meritare nella società e nel cuore delle persone che amiamo e l’eccessiva dipendenza dallo sguardo e dal giudizio degli altri. Attraverso la parabola dell’ultimo posto e i consigli che dà successivamente ai suoi discepoli, il Signore Gesù ci chiede di valutare in un modo diverso la realtà. Cioè di guardare le cose con occhi nuovi.

         Perché, chi ha provato, una volta sola nella sua vita, a fare ciò che Gesù consiglia nella piccola parabola, cioè prendere l’ultimo posto, sperando di esser chiamato più avanti, chiunque ha provato a farlo, sa molto bene che non funziona! Chi si mette indietro viene generalmente dimenticato o anche disprezzato. Ogni tanto, tuttavia, può funzionare anche, ma è sempre una sorpresa e non è mai automatico. La natura umana è tale che dobbiamo riconoscere che sono quelli che cercano il primo posto che le prendono. E Gesù lo sapeva molto bene. Non fa parte di questi uomini ingenui che rifiutano la realtà. Sa molto bene che, nella maggior parte dei casi, nessuno verrà a chiederci di venire più avanti!

         Allora, perché dice questo il Signore? Vuole, forse, interrogare il nostro bisogno così patologico di metterci sempre avanti, anche senza che ce ne accorgiamo, il nostro bisogno di attirare l’attenzione. In ogni essere umano, fin dalla prima infanzia, c’è questo bisogno di essere il primo, e anche spesso l’unico. La cultura contemporanea coltiva questo nostro bisogno di singolarità, per venderci dei prodotti esclusivi. Però, questo bisogno ci rivela soprattutto la ferita che abbiamo nel più profondo del nostro cuore, questo dubbio così radicale sul nostro valore, sul nostro posto, ci rivela il nostro bisogno di amore.

         Gesù non ci deride, non cerca di umiliarci, ma cerca di renderci consapevoli di questo fenomeno che consuma tanta energia nella nostra esistenza quotidiana. Questa insicurezza interiore ci mangia il cuore e lo spirito, e ci blocca molto spesso, con la gelosia, i pensieri cattivi, i desideri di fare meglio, di possedere di più, di brillare sempre. Il Signore vuole liberarci da questa falsa prospettiva che ci incatena, perché possiamo ritrovare la vera gioia, quella che solo Dio può offrirci, se aspettiamo solo da Lui la nostra ricompensa.

         Tutti noi, anche se non lo vediamo, cadiamo in questa trappola che ci fa aspettare dagli altri ciò che gli altri non ci possono dare. Per questo motivo, Gesù ci chiede di invitare quelli che non possono renderci il bene che facciamo. Il significato di questo invito è molto più grande di un’opera di carità. Lo scopo di questo invito è farci capire che il nostro cammino di liberazione spirituale deve passare attraverso una rinuncia ad aspettare che gli altri ci diano la vera sicurezza. Difatti, molto spesso, ci lamentiamo e brontoliamo perché non abbiamo ricevuto il contraccambio che aspettavamo. Gesù è maestro di bontà e di gratuità per noi. Dà senza aspettare niente, neanche di essere accolto. Ci vuole bene! È questa la nostra vera ricchezza!

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