Is 62,1-5; 1Co 12,4-11; Gv 2,1-11.
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A volte ci sono degli eventi nella vita che, ingannando le nostre aspettative e disturbando i nostri calcoli, ci mettono con le spalle al muro. Non sappiamo più come fare e come reagire per uscirne. La realtà sembra bloccare tutte le uscite e impedirci di trovare una soluzione. Impossibile tornare indietro, impossibile andare avanti, impossibile aggirare l’ostacolo o evitarlo. Tutto sembra unirsi contro di noi per chiuderci in una trappola senza via d’uscita. Questa doveva essere l’esperienza di quei giovani sposi che, nel momento più felice della loro giovane esistenza, si trovavano di fronte all’impensabile: «non hanno più vino»! Dietro queste semplici parole di Maria c’era anche il dramma di queste due persone, di queste due famiglie che non avevano previsto la prova e soprattutto non avevano modo di uscirne.
Questo vangelo delle nozze di Cana è stato spesso letto e giustamente interpretato come una prefigurazione del mistero dell’eucaristia, un annuncio profetico del ministero di Gesù. Ma a volte si è dimenticato che si tratta innanzitutto e soprattutto di un dramma umano: due giovani sposi la cui festa rischia di finire male perché manca il vino e gli ospiti presto dovranno andarsene frustrati e delusi. Un dramma a livello umano prima di essere un messaggio teologico ricco di significati. Si tratta innanzitutto della terribile vergogna di due poveri che sperimenteranno amaramente lo sguardo beffardo e ironico di coloro che avevano però invitato a condividere la loro gioia, perché non avevano abbastanza per soddisfarli.
Questo dramma dell’insufficienza, della fragilità umana, della povertà dei mezzi, Gesù lo trasforma, su invito di Maria, in esperienza di sovrabbondanza, un’esperienza di grazia, nel senso forte del termine. Ed è in questo capovolgimento, in questo stupefacente capovolgimento che si trova probabilmente anche uno degli elementi essenziali della rivelazione cristiana. Dio può fare molto, infinitamente di più, con il nostro povero niente. I discepoli ne faranno l’esperienza sconvolgente nella moltiplicazione dei pani e durante la pesca miracolosa. Basta poco, quasi nulla, perché Dio faccia miracoli nella nostra vita personale ma anche comunitaria.
A Cana, l’acqua viene trasformata in vino. Ma nelle nostre vite spesso la nostra povertà e la nostra fragilità vengono così trasformate, se osiamo chiederlo, per mezzo di Maria. Niente è mai perduto o inutile per Dio. non c’è nulla e nessuno che sia insignificante ai suoi occhi. I santi grandi e piccoli ne sono la prova evidente. Il povero curato d’Ars, come la piccola carmelitana di Lisieux ne sono esempi tra tanti altri. Finché siamo vivi, finché ci crediamo e lo chiediamo, il Signore può trasformare le nostre esistenze, anche le più umili, in miracoli. Se osiamo pregarlo, con l’umiltà e la fede di Maria, non c’è un miracolo che non sia possibile. Naturalmente, non si tratta di chiedere per se stessi, di avere un qualunque interesse in questo caso No! Si tratta semplicemente di avere il coraggio che ogni volta che glielo chiediamo, Dio può fare del bene a coloro che sono nel dolore o troppo piccoli pero osare chiederglielo.
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