Guillaume Jedrzejczak, Omelia dell’Ascensione del Signore

Guillaume Jedrzejczak, Omelia dell’Ascensione del Signore

At 1, 1-11; Eb 9, 24-28. 10, 19-23; Lc 24, 46-53.

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Tra il racconto degli Atti degli Apostoli, nella prima lettura, e il racconto del vangelo di Luca, ci sono molti punti in comune, ma anche una piccola differenza, anche se tutti i due testi sono dello stesso autore. Nel racconto degli Atti, infatti, i discepoli rimangono “fissando il cielo mentre” Gesù “se ne andava”, e hanno bisogno dell’intervento di “due uomini in bianche vesti” per tornare a Gerusalemme e cominciare la loro missione. Il vangelo, invece, non riprende questo particolare e insiste sulla loro gioia e il fatto che vanno nel tempio per lodare Dio.

Da una parte, negli Atti degli Apostoli, è sottolineata una certa nostalgia, una difficoltà di lasciar partire Gesù, di voltare pagina e di cominciare la missione a loro affidata. Dall’altra parte, invece, Luca insiste piuttosto sull’entusiasmo dei primi discepoli dopo l’Ascensione del Signore. Uno stesso avvenimento, sotto due punti di vista, ma riferiti dalla stessa persona. E questo elemento è molto interessante per noi, perché ci rinvia al nostro modo di leggere e di interpretare ciò che succede nella nostra esistenza, quando la grazia viene bussare alla porta del nostro cuore.

Difatti, per gli Apostoli, anche se è l’inizio di una nuova vita, anche se è lo sviluppo di una avventura spirituale, l’Ascensione è anche, per ognuno di loro, la fine di un tipo di presenza e di intimità con il Signore Gesù. I due testi di Luca traducono questi due sentimenti contraddittori ma nello stesso tempo simultanei. Da una parte, la tristezza di vedere Gesù andarsene, ma dall’altra parte, la gioia di annunciare al mondo che Egli vive per sempre nella gloria, alla destra del Padre.

E questo vale anche per ognuno di noi, quando il Signore viene a bussare alla porta della nostra esistenza. Da una parte, come Pietro sulla montagna della Trasfigurazione, desideriamo rimanere sempre là, fissarci per sempre nell’esperienza che viviamo. Ma, dall’altra parte, la gioia interiore e il desiderio di condividere ciò che abbiamo vissuto ci porta a lasciare tutto per annunciare, come Maria di Magdala dopo la Risurrezione, ciò che abbiamo vissuto e sperimentato. Tra gioia e tristezza, tra nostalgia e desiderio, tra memoria e speranza!

Nella vita cristiana, non possiamo mai fermarci, non possiamo mai pensare che abbiamo raggiunto il porto e che possiamo adesso riposare. La vita cristiana è una vita, cioè un cammino verso Colui che dà la vita e che ci invita a ricevere la vita donandola agli altri. E, in questa vita, è normale che facciamo l’esperienza nello stesso tempo dell’assenza e dell’entusiasmo. Non possiamo fermarci, non c’é luogo dove porre il capo, se non nel Signore Gesù stesso.

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