Guillaume Jedrzejczak, Omelia della Trasfigurazione del Signore

Dn 7,9-14; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1-9.

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Non tutti i discepoli hanno potuto vedere Gesù trasfigurato sulla montagna, ma solo Pietro, Giacomo e Giovanni. E forse la scelta di questi tre discepoli ha un significato particolare. Difatti, Pietro sarà chiamato a diventare la roccia sulla quale il Signore edifica la sua Chiesa. Giacomo sarà il primo degli apostoli a dare la sua vita come testimone del Signore. E infine il nome di Giovanni verrà dato al vangelo più profondo e più spirituale, il vangelo mistico.

Tre personaggi, tre destini, tre avventure umane e soprattutto spirituali. Tre maniere anche di comportarsi e di concepire il proprio modo di seguire Gesù. Tutti e tre hanno potuto contemplare il Signore trasfigurato, tutti e tre hanno sentito la voce del Padre e tutti e tre sono stati presi da grande timore. E si può anche dire che tutti e tre non hanno capito niente. Ma non importa, questa esperienza è stata, per ognuno di loro, una profezia della propria vocazione. Pietro ha parlato per organizzare le cose, Giacomo è sceso dietro Gesù verso Gerusalemme, Giovanni è rimasto in silenzio, conservando tutto questo nella sua memoria.

La trasfigurazione mette così in rilievo l’aspetto molto originale, unico, di ogni vocazione cristiana. Alcuni sono chiamati a sperimentare ciò che gli altri non hanno conosciuto. Però questo non è mai un privilegio, ma sempre una chiamata a seguire Gesù più da vicino. E ognuno lo fa a modo suo, con i propri doni, con le proprie capacità. Non c’è mai, nel cristianesimo, un atteggiamento unico, un modo unico di rispondere alla chiamata di Dio. Ognuno di noi, a un momento chiave della propria esistenza, deve accettare questa solitudine che fa parte della sua vocazione personale, anche quando viviamo in una comunità, e soprattutto quando viviamo in comunità.

Ma dobbiamo anche accettare che l’esperienza più intensa non significa che saremo per sempre incolumi da ogni errore. Pietro ha tradito, Giacomo ha resistito allo Spirito, Giovanni ha cercato il primo posto. La profondità e la bellezza dell’esperienza interiore non garantisce per niente di rimanere fedele. A chi ha ricevuto molto, sarà chiesto molto di più, ci dice il Signore. Non basta essere scelto e vivere una esperienza molto profonda, ci vuole ancora l’impegno nella vita quotidiana, il lavoro spesso molto pesante della carità. Non basta vedere, si deve anche seguire!

 

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