Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 6.a Domenica del T.O. – B

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45.

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Nei tempi antichi, e forse ancora oggi, si capiva la malattia come una maledizione, e forse ogni tanto come il segno di una colpa nascosta. Cosa ho fatto a Dio perché mi succeda questo? si dice o si pensa oggi ancora molto spesso. Basta ricordare ciò che succede quando la moglie di Aaron diventa lebbrosa dopo aver criticato Mosè! La sua lebbra è presentata nel testo biblico come la punizione di una colpa. Questo legame tra malattia e peccato, o tra malattia e maledizione, è iscritto molto profondamente nell’inconscio collettivo. Il disturbo del funzionamento normale del corpo è diventato così il segno di un disturbo nascosto e più profondo. La malattia personale, l’incidente imprevisto o la catastrofe naturale sono spesso interpretati come dei segni di un altro male più nascosto.

Gesù non accetta questa visione della malattia e della morte. Basta ricordare il suo modo di interpretare il massacro dei Galilei o la caduta della torre di Siloè nel capitolo 13 del vangelo di Luca, per capire che Gesù non condivide questa visione molto primitiva del male. Però, questo non risolve per niente il problema del significato del male nel mondo. Dalle sue risposte o dalle sue domande possiamo solo intuire che il male ha un’altra origine. Non è legato solo all’uomo.

A questo punto, possiamo tornare al testo del vangelo di oggi. Per rompere il legame tra malattia, male e maledizione, Gesù non rispetta la prudenza, secondo la quale dovrebbe rimanere lontano dal lebbroso. “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò”, ci dice l’evangelista. Per Gesù, il male non è nel lebbroso, ma è altrove, nella sofferenza dell’uomo e nell’indifferenza e la durezza di cuore degli uomini. Non solo di fronte a questo male del lebbroso, ma di fronte a tutti i tipi di male che si manifestano nel mondo, l’atteggiamento di Gesù è molto diverso del nostro. Non cerca colpevoli e non si comporta come un accusatore. Perché sa che il male ha radici molto diverse e più profonde.

Oggi, di fronte alla malattia, abbiamo tante medicine, tanti vaccini. E la scienza fa molti progressi ogni giorno. E tutto questo è molto buono. Però, l’atteggiamento di Gesù di fronte alla malattia, alla sofferenza, al male ci interroga sempre di più. La sua compassione esprime non solo un sentimento umano per l’altro che soffre, ma anche il modo in cui Dio ci guarda. E la sua compassione lo condurrà alla Passione, in cui prende su di se tutto il male del mondo. Nel cristianesimo, c’è un rapporto nuovo con la malattia e la sofferenza. Non una spiegazione nuova, ma un modo diverso di comportarsi. Non si cerca solo di vincere la malattia, ma soprattutto di rendersi vicino di chi soffre e di prenderlo nelle braccia della misericordia di Dio.

Quando madre Teresa di Calcutta accoglieva i moribondi e gli anziani abbandonati nella strada, sapeva che stavano per morire fra poco. Secondo i criteri del mondo moderno, non era né efficace né utile. Però morivano nella dignità, come delle persone amate da Dio, portatrice dell’immagine e della somiglianza di Dio! La compassione non è qualcosa di sentimentale, ma è qualcosa che nasce dalla contemplazione, della contemplazione di Dio che è amore!

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