Is 58,7-10; 1 Cor 2,1-5; Mt 5,13-16.
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La prima lettura dal libro di Isaia mette in crisi il nostro modo di capire spesso la religione come perfezione dei riti e magnificenza del culto. Invece di insistere sul culto dovuto a Dio, il profeta sottolinea piuttosto l’importanza della carità verso i più poveri, i più bisognosi. Nella seconda lettura dall’epistola ai Corinzi , Paolo mette in crisi anche il nostro modo di concepire la religione come chiarezza delle definizioni e razionalità dei dogmi, eccellenza della parola e sapienza, per mettere invece in rilievo la follia della croce e la debolezza, la poca credibilità dei messaggeri. E il brano del vangelo di Matteo, che abbiamo appena ascoltato, mette in crisi un altro modo di capire la religione come dominio sociale e potenza. Quando Gesù parla della fede come sale nel cibo o luce nel mondo, usa queste due immagini per descrivere un processo molto diverso.
Difatti, sappiamo molto bene che l’eccesso di sale rende il cibo immangiabile, come l’eccesso di luce rende cieco l’occhio che desidera vedere. Il problema di Gesù non è dunque una questione di quantità, ma bene di qualità: “se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato”? Chiede difatti il Signore ai suoi discepoli. Quando manca il sale, il cibo non ha nessun gusto, e si perde l’appetito. Ma basta una piccolissima quantità di sale per rendere eccezionale ciò che prima sembrava molto banale. Il sale non prende il posto del cibo, non lo trasforma neanche, ma lo rende migliore. Questa immagine usata dal Signore per esprimere il ruolo della fede nell’esistenza è molto bella. La fede rende bello, desiderabile, ciò che non lo era prima. La fede fa rinascere il desiderio.
L’immagine della luce aggiunge altre sfumature a quella del sale. Se il sale è ancora una realtà molto materiale, sebbene molto sottile, la luce invece non si può toccare. Senza la luce, tutto è oscuro e freddo, la realtà perde rilievo e profondità. Tutto è assorbito nelle tenebre del non essere. Ma quando viene la luce, subito le cose appaiono e si distinguono. Le forme, i colori, le prospettive si lasciano indovinare. La realtà prende delle dimensioni che non si potevano indovinare prima. La luce permette di discernere, di uscire dal proprio mondo per andare verso l’altro. Come la luce, la fede apre i nostri occhi alla realtà in un altro modo. Ci aiuta a vedere ciò che non si vedeva prima e a discernere il colore delle cose. E fa nascere in noi il desiderio di conoscere e di amare.
Sale e luce sono dunque le due immagini che esprimono la profondità della vocazione di ognuno di noi, che vogliamo essere cristiani. E si capisce perché, ancora oggi, la fede è essenziale, non solo per noi, ma anche per i nostri contemporanei. La fede permette di recuperare il gusto della vita e di intravedere la bellezza del mondo. Perché la malattia del nostro tempo è proprio questa incapacità di rendere grazie per tutto ciò che il Signore ci dà. Chi ha perso il gusto, sprofonda nell’amarezza e nelle critiche. Chi ha perso la luce negli occhi, vede solo ciò che non va e si lamenta, perché non sa più contemplare le meraviglie di Dio. Cristo è venuto per renderci la gioia di vivere e lo splendore della verità. Ma cosa ne facciamo?
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