Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 5.a Domenica del T.O. – B

Gb 7, 1-4, 6-7 ; 1 Cor 9, 16-19.22-23 ; Mc 1, 29-39.

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L’atteggiamento di Gesù sorprende sempre quelli che pensano di conoscerlo, gli amici, i parenti, i discepoli. Invece di approfittare dell’ammirazione della gente, e di far fruttificare la sua fama recente, Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare. Ai discepoli che lo cercano e non capiscono il suo modo di fare, Gesù risponde solo con un invito a partire, ad andare oltre, a non fermarsi. Alla logica del successo, della fama e del potere, Egli sostituisce un’altra logica, una logica di figlio e di fratello.

Una logica di figlio prima. Dall’inizio del vangelo, Gesù dimostra un’attrazione particolare per il deserto e la preghiera. Egli non fugge nel deserto, ma parte per l’incontro col Padre. Il deserto non è per lui un luogo dove nascondersi e evitare la tentazione, ma piuttosto il luogo del suo riposo, il luogo dove vive la relazione con il Padre. Questo aspetto si ritrova in tutti i vangeli. I discepoli sono stati colpiti da questa attrazione di Gesù per la solitudine e il silenzio del deserto.

Ciò che è strano, per noi, è il fatto che Gesù possa sperimentare il deserto come il luogo dell’incontro e della relazione. Per noi, il deserto e la solitudine hanno spesso connotazioni negative. Quando parliamo del deserto, significa spesso per noi che ci sentiamo abbandonati, senza nessuno per sostenerci. Per noi, il deserto è spesso un luogo di desolazione, di angoscia e di radicale povertà. Ma non sembra che sia così per Gesù. O piuttosto sembra che egli trovi la sua forza in questa povertà.

E la trova proprio là perché, quando non c’é più niente o nessuno, egli può fare l’esperienza di dipendere completamente dall’amore del Padre. Questa esperienza di figliolanza, Gesù non la vive per se stesso. Certo, la sua umanità aveva bisogno di imparare, come tutti noi. Ma la sua divinità sapeva molto bene tutto questo. Se Gesù vive questa esperienza di abbandono, di povertà radicale, di solitudine, lo fa per noi, per mostrarci come diventare figli.

Ma questa esperienza di figlio è sempre legata, nella vita di Gesù, agli altri. Gesù è anche fratello. La solitudine, invece di allontanarlo dagli uomini, lo rende più vicino, pieno di compassione e di tenerezza per gli altri. Gesù non può fermarsi, non può rimanere. È venuto per proclamare a tutti la buona notizia del regno. La sua missione non può essere ristretta a quelli che lo conoscono e gli vogliono bene.

E questo è il secondo insegnamento di questo vangelo. Se riceviamo, è sempre per dare. E più riceviamo, più dobbiamo condividere. L’esperienza della figliolanza fa nascere il desiderio di fraternità. E la fraternità fa crescere il desiderio di vivere nell’intimità del Padre. Ciò che sembrava opposto, per i discepoli,  all’inizio di questo vangelo, diventa molto chiaro. Se Dio separa e nasconde, è sempre per unire e condividere di più. Non c’é egoismo nella vita cristiana.

L’esperienza della vita con Dio, della relazione con il Padre, invece di chiudere agli altri, rende il cuore più aperto, più umile per accogliere, più mite per compatire e perdonare. Ogni cristiano, qualunque sia la sua vocazione, ha bisogno di diventare più figlio o figlia, per diventare più fratello, più sorella. Perché siamo creati a immagine di Dio uno e trino, tre Persone in relazione, per l’eternità.

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