Sof 2,3; 3,12-13; 1 Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a.
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Non solo ciò che dice il brano del vangelo di Matteo, ma anche la prima lettura dall’epistola ai Corinzi di Paolo e il discorso del Profeta Sofonìa sembrano molto lontani per noi, molto estranei agli orecchi di persone del ventunesimo secolo. Difatti, oggi ancora, la povertà, la fragilità, la ricerca della giustizia non sono dei valori per il nostro mondo. E forse ancora meno oggi con il trionfo di tutti quelli che si appoggiano sulla loro ricchezza, sulle loro menzogne e la loro potenza per conquistare il mondo della politica, dell’economia e della finanza. Questo discorso sembra molto bello, ma somiglia piuttosto a un un sogno senza reale consistenza. Però Gesù ci ricorda, come il Profeta e l’Apostolo, che questa è la nostra vocazione! Allora cosa significa veramente? Per capire il messaggio dobbiamo tornare al testo del vangelo, lasciando forse da parte il nostro modo abituale di capirlo.
Difatti, ciò che stupisce di più, quando si legge il brano del vangelo di Matteo, è la contraddizione dei termini. Nelle parole di Gesù, da una parte, la felicità sembra legata alla povertà, alle lacrime, alla persecuzione, e, dall’altra parte, sembra condurre alla scelta consapevole della mitezza, della misericordia, della purezza di cuore, con la ricerca della pace e la sete della giustizia. In un certo senso, il Signore afferma che la felicità non è legata al fatto di essere soddisfatti, di avere ciò che vogliamo, ma piuttosto alla capacità di desiderare sempre di più, sempre meglio. E questo, possiamo capirlo con la nostra esperienza. Sappiamo molto bene che quando abbiamo tutto, ci manca sempre qualcosa. Questa sensazione di vuoto nell’abbondanza è qualcosa di molto comune, ma anche di molto doloroso. Ci manca sempre qualcosa!
Questa esperienza che il nostro desiderio va sempre aldilà di ciò che possiamo attingere potrebbe condurci all’amarezza e alla depressione. Ma il Signore lo trasforma in segno molto positivo della nostra vera vocazione: il mondo è bello, il mondo è buono, ma non ci basterà mai, perché il nostro cuore è più grande di tutto questo. Siamo fatti per l’infinito, e tutto diventa nulla di fronte a ciò che ci manca. Così, la nostra ricchezza diventa una reale povertà, perché non riesce mai a colmare, a calmare il nostro desiderio più profondo. Il Signore ci ha creati per Lui, e la ferita di questo desiderio di infinito rimarrà per sempre nel nostro cuore.
È proprio questo desiderio senza riposo che è il segno più autentico della nostra vera personalità, del nostro essere autentico. E le Scritture ci ricordano questa nostra chiamata all’infinito. Possiamo certo accontentarci di questo mondo e vivere nell’illusione di essere ricchi, potenti, saggi e importanti. Possiamo anche fare tutto per prolungare la nostra esistenza nel tempo e immaginare che questo è la felicità. Ma se si può pensare che nel futuro si potrà curare ogni tipo di malattie e infermità, c’é però una cosa che non si potrà mai guarire nel cuore dell’uomo: il suo desiderio di infinito, il nostro desiderio di un “di più”. Più si sa, più si scopre la propria ignoranza! Più si possiede, più si vede ciò che manca! Più si cerca la soddisfazione, più si scopre la potenza e la ferita del desiderio, un desiderio che rende sempre più poveri, più piccoli, più fragili…
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