Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 4.a Domenica del T.O. – B

Dt 18,15-20; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28.

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Un famoso neuro-psichiatra, Boris Cyrulnik, in un intervento recente, faceva la distinzione tra il significato della crisi e della catastrofe nell’esistenza umana. Per lui, la crisi è questo momento di incomprensione e di difficoltà che succede a un momento importante della vita, e che richiede di discernere e di fare delle scelte. Si cresce attraversando crisi successive che ci permettono di individuare sempre meglio il significato e il senso della nostra vita. La crisi si vive dunque in un ambiente di continuità. La catastrofe invece richiede un cambiamento radicale di orientamento, e suppone un rovesciamento profondo nel modo di capire e di interpretare la realtà. La catastrofe suppone dunque una discontinuità.

È proprio questa differenza che viene evidenziata nella domanda ripresa dall’evangelista Marco: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità”. Per gli ascoltatori di Gesù, c’è questa impressione di contraddizione. Da una parte, l’insegnamento di Gesù è radicalmente nuovo, di fronte a quello degli scribi e dei farisei. Però, dall’altra parte, c’è una autorevolezza che non viene più da una tradizione umana ripetuta senza sosta, ma da altrove. Per loro, autorità e novità sono due cose assolutamente incompatibili nel loro modo di pensare. Perché l’autorità veniva solo dagli anziani. Vivono l’intervento di Gesù e i suoi miracoli come il crollo del loro mondo, una catastrofe. Non poteva essere vero ciò che diceva, perché era nuovo. Però i miracoli erano la prova irrefutabile della verità.

Oggi, viviamo in un mondo diverso degli scribi e dei farisei. Perché la verità non dipende più, nella nostra cultura, dall’autorità degli anziani. Al contrario, cadiamo spesso nel difetto contrario, dando più importanza solo a ciò che è nuovo. Però, in un certo senso, assomigliamo molto a questi contraddittori di Gesù, perché non vediamo più come la tradizione può diventare un punto di appoggio reale. Per noi, è molto difficile essere nello stesso tempo radicati nella tradizione e aperti alla novità. Non l’uno o l’altro, ma l’uno e l’altro.

A questo punto, si capisce meglio perché Gesù ha sempre insistito sul fatto che non cambierebbe la Legge di un iota, e ricordava, nello stesso tempo, che il sabato è fatto per l’uomo. Se, per i giudei, il cristianesimo era una catastrofe, per Gesù era solo una crisi di crescita e di maturità, il compimento. Molte volte, gli scontri tra Gesù e i suoi oppositori portano su questa valutazione. E la sua morte è proprio la conseguenza di questa loro incapacità di capire questo.

Questo dovrebbe essere per noi un invito a riflettere a ciò che sta succedendo oggi nella società e nella Chiesa, e anche in un certo senso nel monachesimo. Il momento che viviamo è molto importante, perché spariscono tante cose che sembravano essenziali. Però, per chi guarda le cose con lo sguardo di Gesù, è un momento necessario perché la Chiesa possa affrontare il nuovo millennio. I grandi momenti di crisi sono sempre un invito a approfondire la fede, e anche a ascoltare lo Spirito Santo che agisce sempre. Il Signore ci chiede oggi di rimanere fedeli, ma senza paura e senza rigidità. Vivere la novità della fede nella fedeltà!

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