At 3, 13-15. 17-19; 1 Gv 2, 1-5a; Lc 24, 35-48.
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La descrizione molto concreta di Gesù risorto e l’insistenza di Luca sulle ferite delle mani e dei piedi, sul corpo del Signore che si può toccare e sul fatto che Egli non solo si fa vedere e parla ai suoi discepoli, ma anche mangia “una porzione di pesce arrostito”, tutto questo crea un certo malessere tra noi, cristiani del ventunesimo secolo. Se la risurrezione fa già problema per tanti, cosa pensare allora di una risurrezione del corpo così concreta? Siamo tanto abituati a pensare al cielo come a qualcosa di molto intellettuale, senza consistenza, senza forma, senza luogo, che tutto questo ci fa problema. Ma qual è il problema?
La carne di Cristo, cioè non solo la risurrezione, ma anche l’incarnazione, è sempre stato una difficoltà, nella storia della Chiesa. Per questo motivo, alcuni hanno proposto che Gesù sia stato solo un uomo eccezionale, adottato da Dio dopo la morte, per altri invece, era veramente Dio, ma fingeva di mangiare, di soffrire, di morire! Tra questi due estremi, tante ipotesi sono state formulate, ma tutto questo era solo la conseguenza di un solo e unico problema: cosa fare con il corpo di Gesù? Quale rapporto tra Dio e la carne? Perché Dio aveva bisogno di un corpo per salvarci?
Infatti, queste domande ci rivelano il nostro modo di pensare la relazione tra il mondo materiale, di cui fa parte il corpo, e Dio. Per noi, è difficile accettare che questo mondo, che il corpo di Gesù, che il nostro corpo, possa essere importante per Dio. Per Dio, non siamo solo un anima da salvare che sarebbe caduta per un tempo in un corpo di peccato! No, per Dio, noi siamo tutt’uno ed Egli vuole salvare tutto ciò che siamo. Non vuole lasciar perdere una parte del nostro essere.
La nostra difficoltà di concepire e di accogliere la risurrezione di Cristo “nel suo vero corpo”, come dice una formula molto antica del credo degli apostoli, ci insegna soprattutto a guardare in faccia la nostra difficoltà di integrare la fede nel concreto della nostra esistenza. La fede non si vive solo con la testa, ma deve incarnarsi nella vita quotidiana. Il Signore lo dice in un altro modo quando afferma che “non basta dire ‘Signore, Signore’ per entrare nel Regno dei cieli”. Questa concretezza della fede ci fa paura, perché ci obbliga a pensare in un modo molto diverso, molto più scomodo!
Allora, quale è la vocazione del nostro corpo? Non è di sparire, ma di manifestare. Non è di nascondere, ma di illuminare. Come mai? È solo nell’eucaristia, nello spezzare il pane, che si può intuire meglio il senso della nostra carne. Come il sacramento manifesta una presenza molto aldilà di ciò che si può vedere e toccare, così anche noi siamo chiamati a diventare testimoni nel suo corpo, che è la Chiesa. E questo si fa lavorando, condividendo, annunciando, vivendo semplicemente la nostra fede. Senza corpo, non si potrebbe né vedere, né ascoltare, né toccare, né imparare né sperimentare! E non si potrebbe neanche condividere, consolare, aiutare, annunciare, amare. A questo tempio di Dio, Gesù ha ridato tutta la sua dignità e la sua bellezza, con la risurrezione. Per noi, cristiani, il corpo ha un valore infinito perché porta ormai la traccia del Cristo risorto.
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