Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 3.a Domenica di Avvento – B

Is 61,1-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28.

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            Più volte, nel vangelo di Giovanni, Gesù dice di se stesso: “Io sono la Luce del mondo”. Invece, quando Giovanni il Battista cerca di definire la propria identità e la propria missione, afferma: “io sono voce di uno che grida nel deserto”. Giovanni Battista non è la luce che illumina il mondo e fa risplendere la gloria di Dio davanti agli uomini. No, è solo “voce di uno che grida nel deserto” di questo mondo. La voce non è la luce, ci conferma il prologo del vangelo di Giovanni. La voce viene prima per preparare, e la luce è data dopo, quando la via è stata raddrizzata, quando il cuore è stato veramente preparato.

            I suoi contemporanei venivano per ascoltare Giovanni il Battista. Venivano anche per ascoltare Gesù, ma soprattutto per vedere i suoi miracoli e la sua persona. Questo rapporto molto particolare tra l’ascolto e la visione attraversa tutto il vangelo. La fede ha bisogno non solo di ascoltare, ma soprattutto di vedere. E l’evangelista aggiungerà anche di toccare. Esiste difatti nelle Scritture una sensitività della fede. Non è prima una questione intellettuale, ma un’avventura che coinvolge tutta la persona, “corpo, spirito e anima”. Si capisce, allora, perché l’Incarnazione del Verbo, della Parola di Dio, è proprio al centro dell’avventura della fede.

            La nostra fede non è adesione a concetti astratti o a discorsi moralistici, ma è amore di qualcuno che si presenta ai nostri sensi esteriori, prima di colpire i nostri sensi interiori. Celebrare la natività di Cristo non è, dunque, solo una specie di sentimentalismo, ma è veramente entrare nel mistero della creazione come Dio la vuole. Nell’ascoltare, nel vedere, nel toccare, c’è un vero cammino di fede che ci permette di ritrovare pian piano il significato più profondo della nostra umanità. Dio vuole rigenerare, restaurare, rinnovare completamente i nostri sensi, cioè la nostra vera umanità.

            Attraverso Giovanni il Precursore, la Parola di Dio viene a curare il nostro continuo chiacchierare senza fine e senza scopo. Dio vuole sanare e guarire la nostra lingua che passa il tempo a dire male degli altri, a riversare fiumi di parole vuote, per mascherare la propria insignificanza. Per questo motivo Dio sceglie il deserto dove regna il silenzio. Perché chi non ascolta non potrà mai riconoscere la Luce, accecato dal proprio rumore interiore. La Parola viene prima della Luce, perché c’è sempre il rischio di spegnere la Spirito come diceva Paolo: “astenetevi da ogni specie di male”, “non spegnete lo Spirito”!

            Perché la luce del Natale non è ancora il lampo del fulmine che lacera l’oscurità del cielo, come nell’ultimo avvento, alla fine dei tempi. La luce del Natale è come la piccola fiamma di una candela che brilla per invitare a credere. Non cerca di accecarci, ma vuole solo riscaldare il nostro cuore. Con la dolcezza del bambino Gesù, Dio vuole risvegliare la nostra sensibilità addormentata. La voce di Giovanni il Battista risuona per risvegliarci dal sonno del peccato. I nostri occhi interiori non sono ancora capaci di guardare la Luce che viene nel mondo. Dobbiamo uscire dal sonno, aprire le nostre palpebre perché i nostri occhi possano pian piano abituarsi allo “splendore della verità”, alla “Luce del mondo” che viene a noi! Che viene per noi!

 

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