2 Re 5, 14-17; 2 Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19.
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La liturgia di questa domenica riprende due racconti di guarigione, e in modo particolare, nel brano del vangelo di Luca come nel testo del secondo libro dei Re, di guarigione dalla lebbra. Nella seconda lettura, l’apostolo evoca un’altra dimensione della guarigione, cioè la guarigione dell’anima, nella prospettiva della salvezza. Se il vangelo comincia con la guarigione dei dieci lebbrosi, si conclude con la parola di Gesù al samaritano, l’unico che è tornato: “la tua fede ti ha salvato”. Non si tratta più allora solo di guarigione del corpo, ma di salvezza dell’uomo intero.
Per capire meglio il percorso che la Chiesa ci invita a fare oggi, è necessario ricordare prima di tutto che la malattia scelta dalla Bibbia, la lebbra, era la più terribile e la più temuta nel tempo di Gesù. Non si poteva guarire da questa malattia che distruggeva lentamente non solo il corpo, ma anche i legami sociali, familiari e fino alla propria identità umana. Distruggendo l’immagine corporale di sé, questa malattia annientava anche la vita sociale e familiare. La persona si ritrovava sola, abbandonata, senza niente e senza nessuno.
Questi dieci lebbrosi che vennero incontro a Gesù, non osavano neanche avvicinarlo. Rimasero a distanza, ci dice il vangelo. Per loro, ritrovare la salute non era soltanto la guarigione del corpo, ma significava anche la guarigione del loro cuore. Potevano di nuovo amare e essere amati, potevano ritrovare un posto nel mondo degli uomini e una speranza in questo mondo.
E questo pensiero, lo condividiamo spesso anche noi. Quando siamo nella pena o nella difficoltà, e quando viene la soluzione, la guarigione, forse il miracolo. Pensiamo allora che tutto è di nuovo a posto. Dimentichiamo, come i nove lebbrosi del vangelo, di ringraziare. Vogliamo, come loro, dimenticare e voltare la pagina. Siamo guariti, certo. Ma non siamo salvati! È ciò che Gesù ci insegna nel vangelo di oggi. Non è perché tutto va bene ormai che siamo salvi. Abbiamo bisogno di fare un passo in più. Gesù non è venuto solo per guarirci, ma soprattutto per salvarci!
L’ultimo tra i lebbrosi aveva capito questo. Essendo samaritano, essendo già, nei tempi di Gesù, un emarginato nella terra di Israele, poteva forse capire meglio il senso del miracolo. Il suo problema non era di ritrovare il suo posto nella società del tempo, non ne aveva, ma era di ritrovare una relazione vera con se stesso. Non bastava essere guarito per essere salvato. Il suo cuore aveva anche bisogno di essere sanato. E si poteva sanare soltanto con la gratitudine che nasce dalla fede.
Questa gratitudine ci manca spesso nella nostra vita. Pensiamo che tutto ciò che siamo, tutto ciò che abbiamo, ci è dovuto. Dimentichiamo la nostra condizione di creatura, e dimentichiamo soprattutto l’amore del Creatore che ci ha dato la vita. Dimentichiamo, non torniamo indietro come il samaritano, e così non possiamo sperimentare cosa significa essere salvato. Ci manca la gratitudine, questo meraviglioso frutto della fede, che rende la vita più bella e più preziosa, perché ci fa capire che tutto è dono di Dio! Ci manca questo “magnificat” di Maria che rinnova tutta la vita perché ci mette decisamente nelle mani di Dio!
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