Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 28.a Domenica del T.O.

Is 25, 6-9; Filippesi 4, 12-20; Mt 22, 1-14.

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Questa parabola del Regno può essere letta e interpretata in vari modi. Gesù si rivolge prima di tutto ai suoi contemporanei, agli ebrei che lo circondavano, convinti di avere diritti su Dio e sul suo Regno, e avevano dimenticato di non essere loro i proprietari. A questi, il ​​Signore non solo ricorda che sono solo invitati, e che se rifiutano di rispondere all’invito che è stato loro trasmesso dai profeti, e, in questi tempi che sono gli ultimi, saranno esclusi dalla festa, dal Figlio stesso. Al loro posto, altri verranno a riempire la sala delle nozze. San Paolo nella sua Lettera ai Romani riprenderà la stessa idea, sottolineando come la cecità e il rifiuto degli ebrei ha permesso di accogliere i pagani. L’Apostolo vedrà in questo un segno della misericordia di Dio, che tuttavia continua a sperare sempre e ancora, nella conversione di Israele.

Questo primo livello di lettura della parabola ci invita già a interrogarci sulla nostra situazione, di cristiani di lunga tradizione. In effetti, non vediamo oggi questo stesso rifiuto, questa stessa resistenza tra questi popoli un tempo pagani che furono conquistati a Cristo dal sangue dei martiri e dei santi? Non stiamo riproducendo, nel nostro tempo, questo rifiuto di Cristo e del suo vangelo, troppo presi come siamo, dall’opera di trasformazione del nostro mondo e troppo monopolizzati dalla preoccupazione di accumulare ricchezza? Non stiamo riproducendo, in questi nostri tempi, quell’indurimento e cecità di cuore che, una volta erano rimproverati al popolo dell’Antica Alleanza?

Questa tendenza a disprezzare il Regno, a mettere Dio tra parentesi, a prendere sul serio solo le realtà di questo mondo, sentiamo quanto finisce per contaminarci, distorcendo il nostro giudizio e imprigionandoci nelle nostre stesse passioni. Senza dubbio, non è senza motivo che la Chiesa ci ricorda, giorno dopo giorno, la natura effimera e fragile della nostra esistenza, tutte queste conquiste di cui andiamo così fieri e che monopolizzano la nostra attenzione e la nostra intelligenza. In un certo senso, l’attuale pandemia sta mettendo le cose in chiaro ricordandoci la natura transitoria e spesso frivola di tutto ciò che invade e monopolizza le nostre menti.

Tuttavia, non spetta a Gesù spaventarci. Al contrario. Questa parabola è una parabola della vita! Ricordandoci il senso della nostra esistenza, ci invita a tessere nei giorni questa veste di festa che ci permetterà di essere accolti un giorno nella sala del banchetto di nozze. La trama di questo abito da sposa, è San Paolo che ci specifica la struttura e la composizione, nella seconda lettura. Non si tratta di avere o di mancare, possedere o avere fame, ma essere. Per vivere questa meravigliosa esperienza che “tutto posso in Colui che mi dà la forza”. Non si tratta più di essere per se stessi, contando solo sulle proprie forze, ma di lasciarsi prendere a poco a poco da Cristo e di sperimentare, fin d’ora, la potenza e la gioia del Salvatore. C’è qualcosa di bello, sconcertante e travolgente in questo invito a vivere con Cristo. Offiamogli l’iniziativa, cediamogli il passo e doniamogli le redini della nostra vita!

 

 

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