Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 20.a Domenica del T.O.

Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 20.a Domenica del T.O.

Ger 38, 4-6. 8-10; Eb 12, 1-4; Lc 12, 49-53.

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Quando pensiamo a Gesù, ci viene subito alla mente l’immagine del Principe della pace del Natale, o quella ancora più commovente ancora dell’Agnello di Dio che porta il peccato del mondo. Per questo motivo, pensare che lo stesso Signore Gesù possa portare la divisione e l’odio tra i familiari, che venga per mettere il fuoco o per usare la spada tra noi, questo ci sembra non solo strano, ma completamente estraneo al messaggio evangelico. Però, dobbiamo accogliere anche questo lato del vangelo, anche se ci sembra in contraddizione apparente con il lato pacifico che preferiamo di solito.

Di fronte a questo tipo di brano evangelico, come di fronte al brano di Giovanni, nel quale Gesù caccia i venditori dal Tempio, o di fronte a alcune critiche un po’ dure contro i farisei, sperimentiamo una certa incomprensione, un certo malessere. Abbiamo spesso la tentazione di lasciar perdere o di cancellare questi episodi, per conservare l’immagine più mite che coltiviamo del Signore. In un certo senso, questi testi ci costringono a ascoltare meglio, ci invitano a riflettere un po’ più in profondità. Come l’antico testamento, il vangelo ci chiede un sforzo di comprensione. Dobbiamo abbandonare i nostri pregiudizi per ascoltare la parola di Dio.

E cosa ci dice dunque il Signore in questo brano del vangelo, quando sottolinea il fatto che il vangelo suscita passioni e può provocare divisione, usando l’immagine della famiglia? Credo che il Signore vuole insistere su due aspetti molto importanti ancora oggi per noi.

Il primo aspetto, è che la predicazione del vangelo lascia libero colui che ascolta di accogliere o di respingere la parola di Dio. Non si può costringere nessuno a credere in Gesù! La verità suppone sempre la formazione della coscienza libera e responsabile. Il cristianesimo non è un fenomeno di massa, un movimento di folla. La fede in Cristo suppone sempre nello stesso tempo un’esperienza molto personale, molto profonda, cioè un’incontro autentico con il Signore. Ma la fede in Gesù, se significa sempre crescita spirituale della persona umana, risveglia anche sempre un desiderio di comunione, cioè di appartenenza al corpo di Cristo che è la Chiesa.

Questo è il secondo aspetto della conversione: la fede fa nascere un fuoco nel cuore di chi è toccato dall’amore di Cristo, cioè una passione per il Signore e per il Regno di Dio che si trasmette agli altri. Conversione significa dunque sempre anche necessità di condividere con gli altri ciò che si vive. Ma questo spiega perché si fa l’esperienza di una resistenza, di un rifiuto e ogni tanto della persecuzione. L’amore non può essere rinchiuso nel proprio cuore. Ha bisogno di esprimersi, di essere condiviso e trasmesso. Come il fuoco ha bisogno di uscire da se stesso. Pero tutti non sono pronti a lasciarsi disturbare. L’amore non lascia mai indifferenti. E si capisce che possa creare delle difficoltà. Chi vuole amare deve accettare di non essere amato. E deve accettare questa tensione tra il fuoco che tende a comunicarsi e la resistenza di chi rifiuta di vivere l’incontro con il Signore.

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