Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 20.a Domenica del T.O.

Is 56, 1.6-7; Rm 11, 13-15. 29-32; Mt 15, 21-28.

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Quando ascoltiamo questo brano del vangelo di Matteo, dobbiamo sempre resistere a una triplice tentazione. La prima tentazione è quella di rimanere scandalizzati da ciò che succede: l’atteggiamento dei discepoli che intervengono presso Gesù, non per compassione, ma per essere liberati da questa donna che li segue con le sue grida; e poi l’atteggiamento di Gesù stesso che non solo non dimostra compassione e non risponde, ma peggio ancora cerca di umiliare questa povera donna con la sua parabola. Ma c’è anche una seconda tentazione, forse peggiore della prima, che cerca di giustificare ad ogni costo la reazione di Gesù. E infine c’è la tentazione storico-critica che pretende di riconoscere in questo racconto il fatto che Gesù non aveva ancora capito la propria missione universale. In questo caso egli sarebbe solo un povero uomo che deve crescere per capire.

In fondo tre tentazioni che si radicano tutte e tre nella nostra emotività, la nostra incapacità di pensare aldilà dei sentimenti che proviamo di fronte a questo evento. Però la vera risposta si trova nelle parole stesse di Gesù, nella conclusione di questo brano evangelico: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Matteo aveva capito che il punto centrale di ciò che stava succedendo era legato solo alla fede. La donna non crede nel Dio di Israele, non invoca nessun Dio. Lei soffre per la malattia di sua figlia e cerca la soluzione per questa sua figlia. E per questo motivo, è pronta ad affrontare l’indifferenza, il disprezzo, l’umiliazione. Il suo amore di madre le permette di perdere di vista la propria pretesa di dignità e di rispetto. Ciò che conta per lei è solo la figlia. È pronta a perdere tutto per amore.

Spesso, nella nostra vita, ciò che impedisce alla nostra fede di crescere, di desiderare il Bene e di ottenere ciò che desideriamo sono la nostra superbia, le nostre pretese infantili, il nostro amor proprio, ciò che Santa Teresa d’Avila chiamava il punto di onore. Tutte queste cose che aspettiamo dagli altri e che gli altri non ci danno. Siamo tanto prigionieri di questa falsa immagine di noi che non siamo più capaci di chiedere, di insistere, di perdere la faccia per vivere la nostra fede. Cerchiamo senza sosta di affermare noi stessi e dimentichiamo perché e per chi viviamo!

La povera donna cananea non aveva più niente da difendere, se non l’amore per la propria figlia. Era pronta a perdere tutto per lei. E in questo abbassamento, in questa kenosi, Gesù ha riconosciuto la propria vocazione. Il Verbo di Dio, come dice Paolo ai Filippesi, «non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l’essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell’esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce». Questo svuotamento, questa vocazione all’ultima povertà, Gesù l’ha riconosciuta in questa donna straniera ma veramente libera da se stessa. Questo è il mistero della nostra fede, della vera fede! Una fede che non teme più di perdere la propria vita, perché l’amore è più forte della morte!

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