Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 2.a Domenica di Pasqua

Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 2.a Domenica di Pasqua

At 2,42-47; 1 Pt 1,3-9; Gv 20,19-31.

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Le tre letture di questa seconda domenica del Tempo Pasquale ci propongono una visione molto chiara dell’impatto della fede sulla vita dei credenti, con tre gradini che esprimono la stessa realtà spirituale, cioè la comunione. I discepoli fanno l’esperienza progressiva della trasformazione della loro esistenza alla luce della risurrezione di Gesù che pian piano modifica il loro modo di vedere la realtà e di comportarsi nel mondo. Ma è forse la prima tappa, descritta nel vangelo di Giovanni, che è la più difficile.

Difatti, si vede molto bene che questa prima tappa di condivisione della fede in Cristo risorto suppone come un salto nello sconosciuto. I discepoli e poi Tommaso fanno la stessa esperienza del dubbio e dell’incredulità del loro cuore. Non devono vincere solo la paura dei nemici di Cristo, ma devono soprattutto lasciare dietro di sé la loro incredulità. Hanno bisogno di verificare, di vedere e di toccare per credere. Hanno bisogno di cambiare il loro sguardo sulla realtà. La morte non è più questo limite assoluto e insormontabile. Con la risurrezione, cambia l’orizzonte dell’esistenza umana che non è più una via senza uscita. Credere in Cristo significa, dunque, credere nel trionfo della vita su ogni forma di male.

E questo è proprio il secondo gradino descritto nella prima epistola di Pietro. La fede in Cristo risorto apre alla speranza. Spesso, la nostra fede si limita a pregare per le cose di questo mondo. Desideriamo che tutto vada bene, che le condizioni della nostra esistenza in questo mondo migliorino. Crediamo per le cose di quaggiù. Ma quelle di lassù, è molto più complicato. La morte rimane per noi una frontiera, qualcosa che ci fa paura e ci lascia disperati. Questo secondo gradino, invece, ci apre una nuova prospettiva. La risurrezione di Gesù ci apre le porte del futuro. Anche dopo il passaggio della morte, si può continuare a agire. Cristo ci dà non solo una speranza per noi, ma anche per quelli che ci sono cari. È una speranza viva, come dice Pietro. Una speranza che fa vivere e trasmette la vita.

E questa speranza trasforma il nostro modo di vivere in questo mondo, come si vede negli atti degli apostoli. La comunione nella preghiera, nella vita fraterna, nella condivisione dei beni, diventano il modo profetico di annunciare che la fede apre a questa speranza nuova. Certo, esiste sempre la tentazione, nei momenti di crisi o di dubbio, di riprendere ciò che si era condiviso. La comunione vissuta non è mai facile per nessuno di noi. Ma diventa il modo più autentico di verifica della nostra fede, o della debolezza della nostra fede. La povertà, nella prima comunità di Gerusalemme, dopo la risurrezione non era disprezzo dei beni, ma condivisione e attenzione agli altri. Era la testimonianza molto concreta della fede vissuta nel cuore. Questo è sempre il primo miracolo che permette alla grazia di Dio di manifestarsi in tanti altri modi. Chi non vive nella paura di perdere, chi non sente più il bisogno di assicurare il proprio futuro, diventa così libero di trasmettere la parola di vita, e la vita stessa. Cristo risorto trasforma non solo il cuore e la mente, ma anche il modo di vivere e di amare. La misericordia diventa così il respiro della fede, la luce dell’esistenza!

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