Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 18.a Domenica del T.O. – B

Guillaume Jedrzejczak, Omelia della 18.a Domenica del T.O. – B

Es 16, 2-4.12-15; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35.

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I testi della liturgia di questa domenica hanno tutti e tre un rapporto con il desiderio. Nella prima lettura, il brano dal libro dell’Esodo ci parlava del desiderio più essenziale e più elementare di mangiare del popolo di Israele che Dio aveva liberato e condotto nel deserto. E la loro domanda non era così incomprensibile: cosa vale la libertà se non si può nutrire la propria famiglia? Per il popolo di Israele, la realtà della promessa di Dio passava dunque attraverso una realizzazione concreta in questo mondo. L’elezione del popolo di Dio doveva manifestarsi nelle realtà quotidiane della vita! C’era una relazione tra il desiderio dell’uomo e la benedizione di Dio!

Nella seconda lettura, invece, l’apostolo Paolo insisteva piuttosto su un’altro aspetto del desiderio. La benedizione di Dio suppone un certo tipo di desiderio! Non sono più, come nel libro dell’Esodo, le cose essenziali che sono in gioco, ma le passioni che ci portano a sprecare la nostra vita, e spesso anche le nostre risorse, per cose vane che ci rendono schiavi! La passione è presentata come l’eccesso, la malattia del desiderio che toglie la capacità di vedere e di valutare in modo sano la realtà. Dio non vuole colmare il desiderio ingannevole! Per questo, dobbiamo scartare il desiderio cattivo, cioè le passioni, dal nostro cuore.

Il vangelo riprende lo stesso discorso sul desiderio, ma questa volta con una dimensione diversa. Difatti, il desiderio del pane conduce le folle non solo a seguire Gesù, ma anche a voler farlo re. Gesù lo dice in un modo molto chiaro: “ voi mi cercate… perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”! Ciò che interessa la folla, non è l’insegnamento di Gesù, non è il regno dei cieli, ma è una vita facile e sicura in questo mondo. Ciò che interessa loro, è solo di vivere bene su questa terra. Invece, per Gesù, la moltiplicazione dei pani doveva essere un segno, un segno delle realtà eterne che non si possono vedere! Per Gesù, le cose di questo mondo sono una parabola, un sacramento delle realtà del cielo!

E il Signore mette così in rilievo una cosa molto importante. Perché preghiamo? Cosa cerchiamo quando lo invochiamo? Perché c’é sempre il pericolo, per ognuno di noi, che la nostra preghiera si limita alle cose di questo mondo. C’é sempre la possibilità che la nostra fede cerca, anche senza riconoscerlo, la realizzazione dei nostri desideri! Per questo, quando non abbiamo ciò che desideriamo, quando le cose non vanno come vogliamo, allora vacilla la nostra fede! Non crediamo più in Lui, perché Dio non fa ciò che vogliamo!

Per Gesù, il problema non è di opporre il cielo e la terra. Quando afferma: “Io sono il pane della vita”, il Signore riconosce questo legame molto profondo, sacramentale, tra le realtà di questo mondo e le realtà del cielo. Ma Egli vuole solo ricordarci che le realtà di questo mondo, molto belle, molto utili, sono fatte per il cielo. E il cielo non è la nostra riuscita mondana. Ciò che vuole evitare Gesù, è proprio questa inversione che mette spesso il cielo al servizio del nostro mondo. La terra è bella, il mondo è buono, certo, ma è solo una figura di ciò che verra, una premessa che conduce verso la felicità eterna!

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