Guillaume Jedrzejczak, Omelia nella Messa del giorno di Natale

Is 52, 7-10; Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18.

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Le letture della liturgia di questo giorno di Natale descrivono una progressione che parte dall’attesa del popolo di Israele, che aspettava la sua salvezza in tempi di prova e di guerre, nella prima lettura, e poi considera la salvezza di tutti gli uomini, nella seconda lettura, fino al vangelo di Giovanni che rivela che questa salvezza significa per noi “diventare figli di Dio”. Però, tutta questa splendida meditazione parte da un fatto molto semplice e molto umile: la nascita di Gesù a Betlemme, la nascita che abbiamo celebrata questa notte.

Questa progressione comincia dunque con la consapevolezza della necessita di essere salvati, dal punto di vista personale, e poi si sviluppa nella coscienza molto più profonda che questa salvezza va aldilà della mia piccola persona per abbracciare tutta l’umanità, in tutti i continenti e in tutti i tempi. Ma questa progressione trova il suo compimento nella scoperta meravigliosa che siamo tutti chiamati a diventare figli di Dio, nell’unica famiglia di Dio, perché Dio ha mandato il Suo Figlio Unigenito per questo.

Da questo punto di vista, la celebrazione di Natale non è solo la celebrazione della nascita in questo mondo del Verbo di Dio, ma si potrebbe dire che è anche la celebrazione delle premesse della nascita di tutti noi, di ognuno di noi, come figli di Dio. La festa di Natale ci rivela così la nostra vocazione vera, la nostra vocazione la più profonda: diventare come Lui. Diventeremo simili a Lui per poterlo vedere.

E si capisce perché si è sviluppata questa bellissima tradizione di moltiplicare le luci dappertutto, nelle case e nelle strade delle nostre città. È perché siamo chiamati, tutti noi, a diventare figli della Luce, come Gesù. Questa festa di Natale è dunque la festa della parte più bella, più pura, più vera di ognuno di noi. E questa gioia che viviamo in questi giorni è soltanto una povera immagine della gioia che esplode nel cielo quando viene alla vita nuova uno di noi.

Giovanni insiste, in questo vangelo, sul fatto che la luce splende nelle tenebre. La luce aiuta a vedere le tenebre, non solo le tenebre che sono nel mondo, ma sopratutto queste tenebre che sono nel cuore di ognuno di noi. Quando Dio viene nella nostra vita, allora, con la luce appaiono anche le tenebre. Questo è normale. Prima, tutto sembrava andare bene. Dopo, quando Gesù lavora nel nostro cuore, allora scopriamo tutto questo peso di peccato che prima non si vedeva.

Ma il compito della luce non è di giudicare o di accusare! Il compito della luce è di sanare e di guarire, di liberare e di pacificare. Basta una piccola luce perché le tenebre si aprano. Basta una piccola stella nel cielo perché la notte sia meno fredda e meno scura. Basta questo piccolo bambino nella mangiatoia di Betlemme perché il mondo diventi più bello, più sereno, più accogliente.

Questo è il nostro compito in questo mondo, accendere piccole stelle in questo mondo, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, perché il mondo diventi meno scuro, meno freddo, più accogliente e più pacifico. La luce ha bisogno di noi, di ognuno di noi, per accendere un fuoco nel mondo, un fuoco di gioia e di amore.

 

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