G. Jedrzejczak, Contenimento: cosa fare della nostra collera?

22 aprile 2020

Traduzione dal francese di: https://fr.aleteia.org/2020/04/22/confinement-que-faire-de-notre-colere/

 

Come vivere la collera quando le contrarietà si moltiplicano? La Settimana Santa, che è la grande settimana della collera prima del male, ci invita a meditare sulle parole di collera della Bibbia per trovare il loro vero significato. Quando la collera degli uomini si confronta con il silenzio di Dio, può diventare un segno dell’infinito desiderio che abita in noi.

Come molti di voi, senza dubbio, sono stato colto da stupore e poi a poco  a poco dalla collera  quando ho saputo che le mascherine stavano diventando indispensabili nella lotta contro la pandemia, mentre i nostri governanti e i loro comunicatori passavano il tempo a dirci il contrario. Bastava solo un po’ di buon senso! Non avevamo davvero bisogno dei consigli insistenti dell’Accademia di medicina per accorgercene. Comunque, non so voi, ma io ho sentito il prurito dell’ora salirmi al naso. Cosa fare di questa collera  che cominciava a ribollire dentro di me? Cosa fare con questa potente forza che rischiava di travolgermi se non stessi attento? Ho provato con l’umorismo e con la derisione, ma sono sistemi che durano solo per un po’! Allora, cosa posso fare? Come potevo sfuggire a questa collera sorda che saliva dal profondo e che altri episodi rischiavano di risvegliare di nuovo?

La radice del problema

Secondo Cassiano, venerabile Padre della Chiesa, la collera è una forza neutrale, né buona né cattiva di per sé, o meglio sia buona che cattiva, a seconda di ciò a cui mira, e che quindi non deve essere soprattutto repressa, ma piuttosto reindirizzata. Se esplode contro gli altri o contro se stessi, diventa una passione distruttiva e divorante. Rinasce sempre dalle sue ceneri come l’idra a dieci teste. Quando si cerca di spegnere l’incendio in un luogo, esso riappare altrove, con pretesti a volte futili e sproporzionati rispetto all’esplosione osservata. La collera è lì, in agguato nel profondo del nostro cuore, in attesa di un’occasione per uscire dalla sua tana. E l’arroganza e la tracotanza di chi comunica non aiuta. Quindi dobbiamo andare alla radice del problema. Lasciate che i distributori di minestroni mediatici si aggrovigliano nelle loro bugie e affrontate il vero problema, il dramma interiore in gioco per tutti noi. Cosa farò di questa forza dentro di me? Conviene prendersela con se stesso.

Cassiano ha fatto notare con umorismo che anche nel profondo della sua solitudine, nel deserto più isolato, il monaco poteva essere sorpreso da attacchi d’ira contro il cucchiaio che cade sempre dalla parte sbagliata, come la tartina alla marmellata di fr. Jacques, il libro scomparso quando siamo sicuri di averlo rimesso a posto, o la sedia che ha misteriosamente cambiato posto per mettersi di traverso sulla nostra strada. Non c’è bisogno della stupidità e della vanità degli altri per arrabbiarsi. C’è qualcosa dentro di noi che aspetta solo l’occasione favorevole per uscire dalla sua tana e devastare la nostra serenità conquistata a così alto prezzo. E allora? Dobbiamo lasciarci dominare? Dovremmo, come misura di igiene interiore, far uscire questo torrente di lava che minaccia di bruciare le nostre interiora o di procurarci una bella ulcera allo stomaco!

Abitare con se stessi

Cosa fare di questa collera di cui gli antichi greci avevano già fatto una diagnosi così sottile, quando non avevano né statistiche affidabili, né comitati fittizi, né superpotenti supercalcolatori! In breve, siamo rimandati a noi stessi, all’esperienza intima e segreta della nostra collera. Dotati di una lampada frontale e di lenti d’ingrandimento, dovremo scendere in noi stessi, tornare a vivere con noi stessi. Habitare secum, vivere con se stessi, così Gregorio descrive San Benedetto quando cerca di spiegare il nucleo della sua esperienza solitaria. Perché quando cerchiamo Dio, dobbiamo necessariamente confrontarci con noi stessi. E la collisione è piuttosto dura! Al di là delle analisi psicologiche o degli orizzonti psicoanalitici dell’inconscio, finiamo per scoprire questo spazio dove nasce la nostra vera libertà.

Certo, questo richiede tempo e un’infinità di battute d’arresto, pazienza e soprattutto molta impazienza, ma il percorso finisce per aprirsi un giorno o l’altro su questi spazi sconosciuti dove possiamo diventare ciò che siamo chiamati ad essere. Nell’improvviso sfogo di collera, nelle molteplici forme che può assumere, attraverso la perdita di controllo e l’ansia che può generare, il nostro intimo nemico, come altre passioni, ci conduce a quelle fonti di noi stessi dove le paure più nascoste finiscono per rivelarsi. Molto al di là di tutte le ingiunzioni moralizzatrici, molto al di là di tutte le spiegazioni e giustificazioni, bisogna scendere, come ha fatto Gesù. La Settimana Santa è la grande settimana della collera, dell’indignazione, della collera, della vergogna, del terrore del tradimento, della stupidità e della bassezza, della brutale scoperta delle bassezze e degli orrori che abitano dentro di noi.

Le lezioni di collera della Bibbia

Ricordo una Quaresima piuttosto particolare durante la quale l’abate di mio padre, Dom André Louf, voleva che ogni sera guardassimo un estratto del film sulla Shoah. Ricordo ancora la collera, l’indignazione, ma anche il sentimento di disagio e di paura che mi aveva invaso quando riconobbi nella sofferenza di tanti esseri umani la Passione di Gesù. Ma bisognava anche accettare di guardare dentro di noi per riconoscere che questa inimmaginabile crudeltà abita anche dentro di noi. E mi chiedevo come avrebbero potuto continuare a vivere coloro che erano sfuggiti! Come avrebbero potuto guarire e placare la collera che deve averli tormentati di fronte all’indifferenza, alla viltà e poi all’oblio. Così sono andato a cercare nella Bibbia queste tracce dell’ira di Israele, questi momenti in cui l’ira degli uomini ha affrontato il silenzio di Dio, la sua assenza, prima che quella degli uomini.

«Facendoci toccare il fondo di noi stessi, ci aiuta ad entrare in comunione con ciò che è nel fondo di ogni essere umano».

E ho scoperto con ammirazione e infinito rispetto come Israele ha saputo vivere la sua collera davanti a Dio. Senza cercare spiegazioni o scuse. Osando affrontare il suo desiderio di trovare i colpevoli o di vendicarsi. La violenza di queste grida, che scandalizza tanti ignoranti che non hanno profondità, mi ha toccato e mi ha pacificato. La collera ha bisogno di fluire nelle parole di ira della Bibbia, per trovare il suo vero significato. Facendoci toccare la profondità di noi stessi, ci aiuta ad entrare in comunione con ciò che sta alla base di ogni essere umano. Quella speranza delusa, quel desiderio ferito, quell’attesa fragile che fanno di noi quello che siamo. Esseri che non possono essere soddisfatti di ciò che è, che non possono rassegnarsi a ciò che è. La nostra collera può così diventare un segno, una traccia di quell’infinito che abita in noi e che spesso ignoriamo. Naturalmente, possiamo dirottarla nella vendetta, nella meschinità e nella crudeltà. Ma noi valiamo di più, infinitamente di più di tutto questo. Che ci piaccia o no, siamo esseri feriti dal nostro desiderio di infinito e di perfezione… Non è forse questa è la vera fonte della nostra collera?

 

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