G. Cariboni, Nuove prospettive di studi sul monachesimo cistercense

G. Cariboni, Nuove prospettive di studi sul monachesimo cistercense

Relazione tenuta in occasione della Giornata di Studi: Da Farfa all’Europa, Roma 17 aprile 2018, presso l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo.

Ringrazio gli organizzatori per l’invito e, in particolare, per la relazione che mi è stata assegnata: “Nuove prospettive di studi sul monachesimo cistercense”. Questo titolo mi esime almeno in parte dal tracciare l’ennesima rassegna storiografica sul tema, ripetendo un discorso che più volte ho affrontato in questi ultimi anni, e recentente proprio a Roma, qualche mese fa.

L’indagine sui cistercensi, caratterizzata a partire dagli anni Settanta del secolo scorso dall’annosa questione circa il rapporto o meglio la dicotomia “Ideali” e “realtà”, “Ideal and Reality”, “Ideal und Wirklichkeit”, alla ricerca di un a-storica coerenza tra quanto auspicato in testi parenetici e in percorsi normativi e la sua cosiddetta “realizzazione concreta”, ha finalmente ormai da qualche tempo abbandonato questo sterile dibattito per imboccare nuovi percorsi, i cui esiti più felici, sono a mio avviso legati a tre elementi strettamente connessi tra loro e che potremmo sinteticamente identificare in questi termini: “Comparazione”, “Specificità”, “Laici”.

Le origini di questo percorso sono piuttosto antiche e partono a mio parere da un’intuizione che Joachim Wollasch presentò in due contributi del lontano 1973: il saggio Reform und Adel in Burgund, apparso nel volume Investiturstreit und Reichsverfassung a cura di Josef Fleckenstein e il capitolo Mönchische Bewegung del volume monografico Mönchtum des Mittelalters zwischen Kirche und Welt. In queste sedi Wollasch osservò come sin dalla prima metà del XII secolo i monaci bianchi avevano dato vita a una rete monastica (ein Klosterverband) di nuovo tipo, chiusa e circoscritta rispetto alle altre esperienze regolari e, specialmente, i cui legami interni erano assicurati da una signoria istituzionalizzata (eine institutionalisierte Herrschaft). Questa intuizione fu ripresa agli inizi degli anni Novanta da Gert Melville, per la prima volta nell’articolo Zur Funktion der Schriftlichkeit im institutionelle Gefüge mittelalterlichen Orden, apparso in «Frühmittelalterliche Studien», del 1991. Melville definì i cistercensi quale primo ordine religioso della storia, fondato su una coerenza giuridico-corporativa (eine korporationsrechtlichen Kohärenz) che alla cooperazione collegiale di tutte le fondazioni univa l’uniformità in spiritualibus et temporalibus, ottenuta grazie a strumenti istituzionali quali la visitatio, che includeva la stessa Cîteaux, e il capitolo generale, organo superiore normativo e di controllo.

E’ curioso osservare come le conclusioni tanto di Wollasch quanto di Melville, che sono a mio avviso alla base della moderna ricerca sui cistercensi, non furono il frutto di lavori specificamente dedicati ai monaci bianchi. Wollasch trattò in verità quasi incidentalmente di questa esperienza a margine di un poderoso approfondimento su Cluny, mentre per Melville i cistercensi rappresentavano soltanto un tassello, per quanto importante, di un discorso ben più ampio che interessava gli aspetti istituzionali della vita religiosa nel XII secolo. Entrambi adottarono più o meno programmaticamente un approccio comparativo al problema, e non è certo un caso che, proprio Melville nel 2005 fondò il FOVOG, Forschungstelle für vergleichende Ordensgeschichte, Centro di Ricerca per la Storia Comparata degli ordini religiosi. I frutti forse più innovativi di questa impostazione furono le monografie di Jörg Oberste e Florent Cygler, rispettivamente dedicate agli istituti della Visita e del Capitolo Generale, oltre all’imponente volume Regule – Consuetudines – Statuta. Studi sulle fonti normative degli ordini religiosi nei secoli centrali del Medioevo, pubblicato nel 2005.

Un procedere comparativo può essere rischioso, se non del tutto fuorviante, come lucidamente osserva Glauco Maria Cantarella in un puntuto contributo presentato in occasione del Convegno di Fonte Avellana del 2006 dedicato alle “Dinamiche istituzionali delle reti monastiche”. Cantarella si chiede programmaticamente già nel titolo se “E’ esistito un modello cluniacense.” denunciando: “il rischio di costituire dei paradigmi congelati cui sovrapporre delle griglie rigide e insuscettibili di modificazione se non al prezzo di grandi e lunghe fatiche”. Egli mette in guardia contro “la scarsa duttilità” di questo metodo, contro “domande tanto generali da rischiare di essere generiche” e che “trasformano in legge scientifica” una “mera ricorrenza statistica di dati provenienti da ambienti eterogenei, pur se iscritti in una matrice comune”. Il pericolo esiste. A mio avviso il procedere comparativo non deve avere la pretesa di perseguire un “lineamento generale d’interpretazione” e neppure di abbozzare dei modelli, che risultano quasi sempre fuori dal tempo. Semplicemente è utile tentare, ed è stato fatto, un cambio di prospettiva, non più partendo da una singola realtà, nel nostro caso i cistercensi, quanto piuttosto mettendo a confronto esperienze vicine in un ambito cronologico non troppo ampio, per inteso non Maiolo e Hugo di Saint Cher, ma piuttosto Cistercensi, Premonstratensi e Certosini nel XII secolo. I punti di confronto possono essere strumenti o dinamiche istituzionali quali, ad esempio: il capitolo generale, la visita, il rapporto tra abate padre e abate figlio, quello tra centro e periferia, la pratica dell’appello, lo ius proprium, il nesso tra carisma e istituzione, la costruzione della memoria delle origini, le pratiche memoriali, la varietà dei percorsi normativi, il ruolo dell’individuo rispetto alla comunità. Non si tratta di desiderata, ma dei titoli di convegni e volumi miscellanei pubblicati in questi anni tra Italia e Germania.

Un tale modo di procedere ridimensiona il rischio di considerare determinanti e originali dei fenomeni che alla luce di un confronto risultano invece del tutto comuni e, d’altra parte, permette di far emergere la specificità di ogni singola esperienza, ciò che la caratterizza e la differenzia rispetto a tutte le altre, quello che potremmo chiamare con termini un po’ abusati, la sua ”identità comunitaria”. Del resto i cistercensi, come giustamente osserva Wollasch, a partire dai privilegi pontifici, furono i primi a delimitare la propria religio rispetto alle altre esperienze monastiche. Come scrive Oderico Vitale: “Serrano le loro porte e nascondono i loro luoghi appartati con massima cura. Non ammettono nei loro penetrali un monaco di un’altra chiesa, né gli permettono di entrare con loro nel luogo della preghiera per la messa o per altri servizi liturgici”.

L’alternativa a questo modo di procedere rischia di essere una piatta e asettica descrizione in cui tutto è uguale a tutto e dove lì sì, esiste il pericolo di un modello che continua a ripetersi uniforme e sempre uguale a se stesso. Le relazioni tra superiori e inferiori, ad esempio, e il ricorrere ad istanze giuridiche esterne alla comunità, solo per affrontare due tematiche che personalmente ho sviluppato in questi anni, furono fattori presenti in tutte le principali reti monastiche del XII secolo, In ognuna di esse però, pur con punti di contatto, queste dimamiche si svilupparono con forme e esiti differenti. Proprio su questa difformità si può lavorare tentando di osservare l’incarnarsi storico, die Verankerung, delle diverse origini ideali alla prova delle circostanze che di volta in volta le singole esperienze si trovarono ad affrontare. Centrale in questo senso risulta la domanda posta ancora da Cantarella a Fonte Avellana: “L’assunzione di una formalizzazione giuridica generale (…) sarà intrinseca alle istituzioni in questione, o piuttosto estrinseca e quindi dotata di efficacia solo in un rapporto dinamico/dialettico da verificare caso per caso, volta per volta?” Si tratta di una domanda centrale. Stefan Weinfurter ha scritto che “Il capitolo generale presso i Cistercensi fu fondamentalmente il prodotto della loro spiritualità e questo chiarisce anche il motivo per cui tale tipo di organizzazione funzionò veramente”. In altri casi non fu così. Certosini e specialmente Vallombrosani furono costretti da spinte estrinseche ad adottare molti decenni dopo la loro fondazione, strumenti istituzionali sconosciuti al loro ordinamento iniziale, come la visita. Nonostante questo l’esito non fu una semplice imitazione di strutture estranee e imposte, quanto piuttosto un loro originale adattamento al propositum fondamentale della propria esperienza religiosa. Qualcosa di molto simile credo si possa dire per capitolo generale con i Cluniacensi. Questo modo di procedere comparato e alla ricerca della specificità può essere adottato anche per la storia dell’arte e dell’architettura, l’archivistica, la diplomatica, la storia delle biblioteche e quella economica e così via. E’ ciò che abbiamo tentato di fare in un Incontro di Studi tenutosi a Milano nel 2015 e i cui risultati sono stati pubblicati nel volume: “Costruzione identitaria e spazi sociali. Nuovi studi sul monachesimo cistercense nel Medioevo”, edito a Spoleto.

Mi permetto ora di sviluppare due corollari riguardo alle origini dell’ordine cistercense, un tema molto dibattuto e a cui anch’io in questi anni ho tentato di dare un contributo. Primo. Spesso nell’affrontare il processo di formazione di reti monastiche e ordini religiosi si è preceduto quasi per compartimenti stagni dal punto di vista cronologico: X e XI secolo per Cluny, XII secolo per Cîteaux e Prémontré, XIII per Minori e Predicatori. Ricerche recenti hanno mostrato come sia difficile comprendere la nascita degli ordini mendicanti se non a partire dallo sviluppo della vita religiosa nel XII secolo, pena il considerarli un’invenzione assoluta e quindi non coglierne fino in fondo la portata innovativa. E’ la grande lezione che ci ha lasciato Georg Schreiber che dedicò ai mendicanti le ultime e illuminanti righe del secondo volume di Kurie und Kloster im 12. Jahrhundert. La stessa cosa è possibile sostenere per l’ordine cistercense, la cui novità è difficile da apprezzare se non si guarda almeno a Odilone, a Abbone di Fleury, a Fulberto di Chartres che un secolo prima, in un contesto storico molto diverso, tentativamente avevano iniziato in modo pragmatico a rispondere alle problematiche che nei primi decenni del XII secolo avrebbero toccato anche gli autori della Charta Caritatis.

Secondo corollario. La vicenda di Molesme, la fondazione di Citeaux, le prime filiazioni, da La Ferté a Clairvaux, non possono essere separate dal contesto storico in cui furono immerse. Si tratta di un periodo di grandi mutamenti ecclesiastici ma anche politici e sociali, che va almeno dal pontificato di Gregorio VII a quello di Callisto II e allo scisma di Ponzio, in un’area ampia che comprende il ducato e la contea di Borgogna, l’arcidiocesi di Reims, l’Aquitania, ma anche la Lotariagia e la Svevia. Si trattò di un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la vita religiosa, tra i cui protagonisti possiamo annoverare Ugo di Semur, Guglielmo di Hirsau, Bruno di Colonia, Oddone di Châtillon, Bernardo di Tiron, Roberto di Arbriselle, Norberto di Xanten, ma anche vescovi come Ugo di Die, Ivo di Chartres, e poi Giovanni di Thérouanne e Lamberto di Arras. Non si tratta di una semplice giustapposizione di figure. Molti di loro interagirono riguardo a problemi legati alla riforma dei religiosi e incrociarono le vicende cistercensi. Solo per fare qualche esempio, in occasione del concilio di Poitiers del 1100, dove si discusse animatamente circa i rapporti tra Marmoutier e Saint Remi di Reims, furono attivi protagonisti Roberto di Arbrisselle e Bernardo di Tiron. Il concilio fu inoltre guidato dai legati Giovanni e Benedetto, gli stessi che proprio in quei mesi scrissero congiuntamente una lettera a Pasquale II a favore della neonata abbazia di Citeaux, già in crisi a meno di due anni dalla fondazione.

E ancora, il legato Conone di Preneste, prima di prendere le parti di Lamberto di Saint Bertin contro le pretese egemoniche di Cluny, negli stessi anni in cui veniva redatta la cosiddetta Charta Charitatis Prior, era stato fondatore e poi abate dei canonici di Arrouaise, una rete innovativa le cui precoci consuetudini erano ampiamente debitrici degli Instituta Generalis capituli cistercensi. Sono appena due esempi di una vicenda, solo parzialmente indagata e che varrebbe la pena di ricostruire, almeno nei suoi episodi salienti.

Non si trattò solo di una storia di ecclesiastici. Co-protagonisti della riforma della vita regolare in questo periodo furono i grandi dinasti, i conti delle Fiandre, di Poitiers, di Blois, i duchi di Borgogna e di Aquitania e i conti di Borgogna, che giunsero fino al soglio pontificio con Guido di Vienne, in un momento di profondo cambiamento dei rapporti tra laici e struttura ecclesiastica, basti ricordare il passaggio dalle Eigenkirchen allo Ius Patronatus. I cistercensi non furono estranei a queste dinamiche. Citeaux nacque con l’apporto decisivo di Oddone di Borgogna, Clairvaux dei conti di Champagne e lo stesso discorso si potrebbe fare per moltissime abbazie dell’ordine.

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso l’analisi dei rapporti tra istituzioni regolari e mondo dei laici ha prodotto alcuni contributi pionieristici, basti ricordare “Per una riconsiderazione della presenza cluniacense in Lombardia”, di Cinzio Violante del 1981 o i lavori di Karl Schmid dedicati ai rapporti tra Hirsau e le stirpi nobiliari. Ben diversa la situazione della storiografia cistercense rivolta in quegli anni molto spesso all’analisi poco produttiva del rapporto tra ideali e realtà, talvolta cercando addirittura di quantificare a partire dagli atti privati, le rese agricole e giudicare così se esse fossero consone o meno alla povertà monastica, o venisse prodotto un surplus di raccolto moralmente difficile da accettare. Quasi i cistercesi fossero, o meglio dovessero essere, dei puri spiriti, rispetto al resto dei monaci. Pur con interessantissime eccezioni, come il recente volume di Francesco Renzi sui “Monaci bianchi in Galizia”, quello delle relazioni tra cistercensi e laici è senza dubbio un ambito di ricerca aperto, specialmente in Italia, ove gli studiosi possono finalmente avvalersi di affidabili edizioni dei ricchi fondi documentari. Penso a Morimondo, Chiaravalle, Acquafredda, Cerreto, Fiastra. Un tentativo in questa direzione è stato fatto l’anno scorso con la giornata di studi dedicata all’abbazia di San Pietro in Cerreto, dal titolo programmatico “Un’abbazia di confine”, Il Cerreto fu un grande istituzione monastica di area padanana, fondata da famiglie comitali, donata alla Chiesa romana al tempo di Urbano II, e poi incorporata dai cistercensi intorno al 1130, in pieno scisma anacletiano. Posta lungo l’Adda, in una zona di fontiera estremamente elastica, l’abbazia fu attratta di volta in volta nelle sfere di influenza concorrenti di Milano, Cremona, ma anche Lodi e Crema, in un periodo in cui le prime istituzioni comunali erano in via di affermazione.

Concludendo. Un procedere comparato, alla ricerca della specificità cistercense in un contesto ecclesiastico, ma anche politico e sociale più ampio, permette di vedere la composizione della Charta Caritatis insieme al sorgere e allo svilupparsi dell’ordine di Citeaux sotto una luce nuova. Non si trattò semplicemente di “un progetto ben preciso e razionale, una fortunata intuizione collettiva, uno sforzo creativo dei padri fondatori”.

Siamo di fronte piuttosto a delle “origini pragmatiche”, alla risposta, in qualche caso innovativa, a domande semplici e allo stesso tempo urgenti. Come e a che livello inserirsi nella struttura ecclesiastica? Quale prassi usare per correggere e deporre i membri di una rete monastica? Che tipo di rapporto istaurare con i fondatori e i benefattori laici? Semplici domande diventate urgenti di fronte ai repentini cambiamenti introdotti dalla Riforma ecclesiastica, primo fra tutti il nuovo ruolo assunto dai vescovi, come lucidamente asserva Stefan Weinfurter. Di fronte a condizioni generali drasticamente mutate ciò che per molti fu un’obiezione insormontabile, per i cistercensi si trasformò in risorsa. Tutto il resto sembra una conseguenza. Per riprendere le parole che Cantarella dedica a Cluny, anche l’ordine di Citeaux, in apparenza così ben strutturato, ”Fu un’esperienza viva, frutto di una casualità di edificazione. Privo di un progetto predeterminato, codificato semmai solo in corso d’opera e per il quale si cercò una razionalizzazione e una giustificazione solo in un secondo momento”. Una “reform in progress”, come direbbe Steven Vanderputten, una “fondation continuée”, per usare la fortunata espressione di Cécile Caby. Anche i monaci bianchi come gli abitanti delle città italiane di cui tratta Chris Wickham, e la simultaneità dei due processi è piuttosto impressionante, non sembrano attori consapevoli, ma piuttosto sonnambuli verso un nuovo mondo.

Bibliografia scelta di Guido Cariboni

La via migliore. Pratiche memoriali e dinamiche istituzionali nel liber del capitolo dell’abbazia cistercense di Lucedio, Berlin: LIT Verlag, 2005 (ISBN: 3-8258-9161-5)

Cariboni Guido (2011). Il nostro ordine è la Carità. Cistercensi nei secoli XII e XIII, Milano: Vita e pensiero, 2011 (ISBN: 9788834321546)

Cistercian Nuns in Northen Italy. Variety of Foundations and Construction of an Identity, in Women in the Medieval Monastic World. a cura di J. Burton, K. Stoeber, Turnhout:Brepols, 2015, pp. 53-74 (ISBN: 9782503553085)

The three privileges ” Attendentes quomodo ” of Alexander III. Revision, use and tradition of papal documentation among the Cistercians, in Studi Medievali, 57 (2016), pp. 631-647 (ISSN: 0391-8467)

«Oubliant ce qui est en arrière et me portant vers ce qui est en avant». Clairvaux et les institutions cisterciennes, in Le temps long de Clairvaux. Nouvelles recherches, nouvelles perspectives (XIIe – XXIe siècle). Actes du Colloque International. Troyes – Abbaye de Clairvaux, 16-18 juin 2015, a cura di A. Baudin, A.Grélois, PARIS:Somogy Editions d’Art, 2016, pp. 37-46 (ISBN: 9782757210833)

Costruzione identitaria e spazi sociali. Nuovi studi sul monachesimo cistercense nel Medioevo. Atti dell’Incontro di studio. Milano, 1-2 dicembre 2015, Spoleto:Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 2017 (Incontri du Studio, 16) (ISBN: 9788868091453)

 

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