E. Varden, Presentazione di The Shattering of Loneliness (Il frantumarsi della solitudine)

E. Varden, Presentazione di The Shattering of Loneliness (Il frantumarsi della solitudine)

Traduzione italiana

Londra 3 settembre 2018

 

Un giorno di qualche anno fa, quando insegnavo a Roma, percorrevo la strada dall’ Aventino, dove vivevo, verso l’Istituto Orientale in Piazza Santa Maria Maggiore, dove lavoravo.

Un anziano mi ha fermato per strada e, guardando da vicino il mio abito, ha chiesto, ‘Sei cistercense?’ Ho confermato che lo ero.

Essendo un vero, schietto romano, continuò: “Allora non dovresti essere nel tuo monastero?” C’era una certa furbizia nei suoi occhi, ma la sua domanda era posta sinceramente. Ed era legittima. Questo pomeriggio, voi potreste chiedere qualcosa di simile: Cosa sono io? Un monaco apparentemente votato ad una vita di silenziosa contemplazione nella clausura, che sta facendo un giro per Bloomsbury, e perché io sto per infliggere un libro al mondo?

Sento di dover dare una qualche risposta.

Il libro è nato in risposta ad un generoso invito. Nel marzo scorso anno Robin Baird-Smith mi ha fatto visita a Mount St Bernard e mi ha domandato se volevo scrivere qualcosa per lui. Ho domandato, ‘Su quale argomento?’ Mi ha chiesto dei suggerimenti. Davvero, avevo poche idee; ma avevo detto, poco prima, di aver appena predicato un ritiro a delle suore carmelitane. Robin chiese: ‘ Su quale tema?’ Ho risposto: “la memoria cristiana”. E lui mi ha risposto, più o meno, ‘Beh, si può fare’.

E così iniziò la conversazione che ha portato al libro che avete davanti a voi.

Per delle ragioni che spiego nell’introduzione, il tema della memoria mi ha seguito per lungo tempo. Ma la mia intenzione non è stata di scrivere libro su di me. No, il problema della memoria – direi che è un problema – ci circonda da tutte le parti. Per prima cosa, viviamo in tempi in cui la “memoria” è diventata una merce quantificabile che acquistiamo in rate mensili di byte dal Cloud. Affidare il ricordo ad un deposito virtuale ha dei vantaggi. Presenta anche dei rischi, anche delle minacce. Se accettate la mia tesi secondo cui “diventiamo ciò che ricordiamo”, quale sarà a lungo termine l’impatto antropologico e sociologico per l’uomo che cede la memoria alla macchina? Vediamo davanti a noi una disincarnazione del ricordo. La memoria che portiamo con noi sembra diminuire in proporzione alla crescita delle informazioni messe a nostra disposizione dalla tecnologia. Ma se dipendo da un iPhone per accedere alla memoria, posso infatti affermare che la memoria è completamente mia? che l’ho assimilata e ne sono responsabile?

La nozione di responsabilità è fondamentale quando portiamo avanti il fenomeno, dalla sfera personale a quella della società. Non c’è bisogno di essere una persona dalla cultura-pessimista congenita, un Jeremiah contemporaneo, per accertare la diffusione, nel mondo che abitiamo, di un’ amnesia collettiva. Lo vediamo nei programmi didattici delle scuole e nei programmi di studio delle scuole e delle università. Lo vediamo nella vita pubblica, nell’opinione pubblica, nella politica. Essendo un semplice straniero residente in questo paese, non sta a me giudicare Brexit. Ma devo ammettere che sono stato colpito dall’assenza di senso storico in gran parte della retorica che caratterizza il dibattito, se può essere chiamato dibattito. Se guardiamo oltre, in Europa, ai discorsi proposti come “costruzione nazionale” per esempio, da Orbán in Ungheria, dal clan Le Pen in Francia, dal movimento Pegida in Germania o dai Nazionalisti nordici, non ne siamo stupiti? Incontriamo una palese volontà di ridurre i vari componenti, i colori e aromi, che costituiscono l’identità e la cultura di un popolo, a una pappa senza sapore, senza consistenza e senza colore. E la gente è ansiosa di sorbirsela!

Queste tendenze non sono nuove. Nei momenti di incertezza e fatica, ci piace affidarci a guide che raccontano storie molto semplici. La cosa che mi preoccupa non sono tanto gli eccessi scellerati di smemoratezza ideologica quanto l’assenza di discorsi correttivi di questi eccessi, con un autentico potere di richiamo e una capacità di sfumature e profondità. Tradizionalmente, in Europa, tali argomenti sono emersi all’interno  della tradizione giudaico-cristiana. Infatti, un fattore di motivazione residuale dietro l’antisemitismo (sempre una misura di movimento sismico nella società, da guardare attentamente ora) è il fatto che gli ebrei, per comando biblico e condizionamento, hanno una memoria eccezionalmente lunga. Si collocano all’interno di una storia più ampia, che risale all’inizio del tempo e si estende verso l’eternità con una prospettiva abbastanza vasta da abbracciare l’intero ordine creato. Se sei in grado di ricordare così, è meno probabile che tu sia sedotto dalla miopia delle mode passeggere, i cui propagandisti, in cambio, ti considereranno un intollerabile seccatore.

È stata la Sinagoga che ha insegnato alla Chiesa a ricordare. Cerco di dire qualcosa su questo nel mio libro, per sottolineare che la memoria della fede non è solo una ripetizione di eventi passati, anche se questi sono importanti.

Mi perdonerete un’affermazione ovvia: la fede presuppone che Dio sia reale. Riconoscere manifestazioni di trascendenza nella storia, quindi, è incontrare l’eterno nel tempo, e così toccare l’ eterno.

Ciò che io ricordo, pur avendo avuto luogo molto tempo fa, rimane presente in qualche modo. Si tratta di una corrente viva. Collegarsi a questa corrente significa mantenere un’apertura della mente e del cuore, un dilatare la percezione e l’affetto. Si tratta di prendere coscienza delle relazioni, non solo nella causalità storica, ma nell’ esperienza intima. Si tratta di diventare consapevoli di un’ immensa solidarietà con il genere umano.

Il termine teologico per questa solidarietà è “comunione”. Più troviamo il nostro posto in questa comunione, più scopriamo di non essere soli.

È tragico (non credo che la parola sia troppo forte) che questo modo di vedere è quasi del tutto scomparso dall’orizzonte occidentale. In parte è stato bandito: per decenni, grandi sforzi sono stati fatti per screditare la tradizione della fede. Ma i credenti stessi si sono screditati. Come cattolico, io sono acutamente, dolorosamente consapevole del crollo vorticoso della credibilità morale che colpisce la Chiesa e i suoi rappresentanti. Questo non è il momento di tirar fuori luoghi comuni. È tempo di far fronte alla necessità di riparazione e di pentimento, un momento per riaffermare gli obiettivi, e rinsaldare le fondamenta, per guardare in alto. Quale è la proposta cristiana? Che cosa significa per i nostri tempi? Che cosa ci consegna? Che cosa richiede? E’  fondamentale porre tali domande e fornire risposte coerenti e comprensibili.

In questa impresa potremmo essere aiutati dal renderci conto di quanto in modo misterioso il nostro tempo assomigli a quello in cui il Vangelo è stato predicato per la prima volta. Anche allora, il mondo era segnato dalla disgregazione delle categorie civiche, il movimento dei popoli, la confusione morale, il sincretismo religioso, la decadenza culturale, profonda mancanza di speranza.

Ogni analogia storica ha dei limiti, eppure sfido chiunque a leggere Atanasio, Agostino, Gregorio di Nissa o Gregorio Magno e non sentire un brivido di identificazione.

Quale fu, allora, l’evangelion insegnato da questi grandi maestri? Proclamava che il dolore del mondo è abbracciato da un’infinita benevolenza dotata di un volto e di un nome. Annunciava la reale possibilità di perdono. Sottolineava la non definitività della morte; la realtà della risurrezione e della vita eterna; il rinnovamento della natura umana; il frantumarsi della solitudine. Questi sono primi principi con evidenti implicazioni etiche; ma queste ultime avranno senso, e saranno praticabili se manifestamente scaturiscono dai primi. Questo ordine è stato spesso capovolto.

Il cristianesimo è stato presentato come un complesso di restrizioni morali, mentre si è in gran parte dimenticato l’incontro con una trascendenza personale. Come risultato non sorprende che la pratica religiosa, è stata vissuta come sterile e inutile.

Alcuni tragici fallimenti possono essere riconducibili a questa scissione, anche la tristezza pesante come il piombo di alcune istituzioni religiose. La fede scaturisce da una apertura del cuore alla ricerca di un incontro trasformativo. È essenziale ricordare questo fatto, e condividerne la memoria.

Nel romanzo di Marilynne Robinson del 2004 “Gilead”, il narratore, il Reverendo John Ames, racconta un episodio dell’infanzia, quando, con suo padre, andò a prendersi cura della tomba in rovina di suo nonno,  portando pace su una pesante eredità. Quando i due, padre e figlio, si allontanano dall’opera compiuta, sollevati, il ragazzo vede un tramonto di una bellezza mozzafiato. Avrebbe voluto che anche suo padre lo vedesse, ma sa che non deve strapparlo troppo bruscamente dal pensiero profondo che lo assorbe. Egli prende delicatamente la mano del padre e la bacia. I due guardano in alto insieme, resi indescrivibilmente vicini da uno stupore condiviso di fronte ad una bellezza ricevuta come un puro dono gratuito. In tarda età, così John Ames descrive ciò che è accaduto:

Non posso dirvi […..] come mi sono sentito, camminando accanto [a mio padre] quella sera, lungo quella strada dissestata, attraverso quel mondo vuoto, quale dolce forza che ho sentito, in lui, in me stesso, e intorno a noi. Io sono contento di non aver capito, perché raramente ho provato una tale gioia e sicurezza. E’ stato come uno di quei sogni in cui sperimenti una sensazione fuori del normale che potresti non avere mai nella vita, non importa quale sia, fosse anche il senso di colpa o il terrore, tu impari da esso quale meraviglioso strumento tu sei, per così dire, che potere tu hai di fare esperienza di qualcosa che va oltre tutto ciò di cui mai potresti avere bisogno.

Consentire tale presa di coscienza e la memoria che essa comporta – di potenziale, di desiderio, di gioia – è, a mio avviso, un compito urgente oggi.

Se il mio libro può servire ad indicare questo compito, mi sentirò ampiamente ricompensato.

Non mi resta che ringraziare Robin Baird-Smith e Bloomsbury per la loro fiducia in questo progetto. Ringrazio il redattore Jamie Birkett per la sua gioiosa e attenta efficienza, che ha reso piacevoli e facili anche i compiti di per sé noiosi. Ringrazio la mia amica Isabelle de Vendeuvre per essere una così acuta e benevola correttrice di bozze. Ringrazio Kealey Rigden per aver organizzato questo evento, e tutti voi per la vostra presenza.

INTERVISTA SU THE TABLET

 

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