La presenza di monaci trappisti in un giardino di islam
Conferenza tenuta dall’autore presso il Monastero benedettino di San Benedetto a Milano il 28 novembre 2011, all’interno del ciclo di incontri sul tema “Il dialogo interreligioso: implicazioni ecclesiali e monastiche”
Declinerei il tema che mi è stato affidato, “I monaci di Tibhirine e il dialogo con i musulmani”, in un sottotitolo: “La presenza di monaci trappisti in un giardino di islam”.
Qualcosa della vicenda di Tibhirine continua ancora oggi, sia a Tibhirine stesso, dove un prete francese si reca regolarmente e si ferma sempre più a lungo, sia in Marocco, a Midelt, dove si è trasferita la piccola fondazione che i monaci trappisti avevano al momento del rapimento e dell’uccisione. In questo luogo solitario, sull’altro versante della montagna dell’Atlante, è ripresa un’esperienza di dialogo con il mondo musulmano.
La chiave attraverso la quale vorrei percorrere quattro assi del ruolo e della modalità del dialogo dei monaci trappisti con l’islam è quella che loro avevano dato a un gruppo che si riuniva per pregare e riflettere e che si chiamava “Legame di pace”. Il gruppo è sorto non per iniziativa della comunità come tale, ma di alcune figure della chiesa cattolica di Algeria, tra i quali fr. Christian, il priore. Questo gruppo veniva ospitato spesso anche in monastero, ed era composto di cristiani, la maggior parte religiosi, e da musulmani, in particolare, una confraternita sufi, che proveniva da Medea, una città vicina a Tibhirine.
La notte del rapimento si erano ritrovati i cristiani di questo gruppo “Legame di pace” a riprova del fatto che sembrava che la tensione si fosse un po’ allentata. Tra cristiani si erano ritrovati, ma non erano ancora riusciti a ritrovarsi anche con i musulmani; per la prontezza di riflessi di fr. Luc non ci furono conseguenze per gli altri ospiti che erano in monastero, e che si erano affacciati, avendo sentito rumori. Fr. Luc avendo capito cosa stava succedendo, disse loro che non c’era nulla, si ritirò ancora e chiuse a chiave la porta che dava dalla foresteria al monastero. I rapitori ignoravano la presenza degli ospiti in monastero.
Questo gruppo “Legame di pace” si ritrovava regolarmente a Tibhirine, che significa appunto “giardino” in lingua berbera. L’idea del nome dice una realtà che può produrre belle cose a condizione che sia curato, custodito, innaffiato, tenuto in ordine. Questa presenza dei monaci, secondo me, è una presenza che in un certo senso continua ancora oggi in quel dialogo che loro hanno avviato, anche se in una forma che non è più quella che essi erano riusciti a dare quando vivevano lì.
I quattro assi in cui si articola il dialogo con i musulmani sono innanzitutto: quello della vita quotidiana, cioè un’intera comunità che, poco alla volta, progressivamente impara a vivere e a convivere con una più grande comunità di credenti, che sono i musulmani credenti attorno a loro. Questo, per certi versi, era cominciato con l’indipendenza dell’Algeria. La presenza dei trappisti in Algeria risale alla fine del secolo XIX in un’altra realtà, poi negli anni ’20-’30 si spostarono a Tibhirine, dove possedevano un’enorme quantità di terreno, boschi, terreno coltivabile. Al momento dell’indipendenza dell’Algeria, nel ’62-’63, l’ordine trappista e la comunità, decisero di dare la maggior parte dei terreni allo Stato nascente algerino, trattenendone quanto poteva servire a mantenere una comunità, limitandosi a curare quel terreno che era più vicino al monastero. Il primo problema grosso che si manifestava con il venir meno di una presenza cristiana significativa in Algeria con la partenza di tutti i francesi verso la patria, era il venir meno della possibilità di reclutamento al monastero. E da quel momento il monastero praticamente è vissuto attraverso l’arrivo di monaci dalla Francia che condividevano l’idea di un certo tipo di presenza nel monastero. …
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