G. Dotti, 20° Anniversario del martirio dei monaci di Tibhirine

G. Dotti, 20° Anniversario del martirio dei monaci di Tibhirine

Per NON DIMENTICARE

 

Il 21 maggio 1996, in Algeria, sette trappisti cadevano sotto i colpi degli integralisti islamici, testimoni di un’autentica fede in Dio e di una profonda amicizia verso il popolo algerino. Ma quale eredità spirituale hanno lasciato alla Chiesa universale? E come il dialogo islamocristiano può oggi trarre ispirazione dalla loro testimonianza? Nell’anniversario della scomparsa, Popoli ne ricorda il martirio cercando nelle loro parole e in quelle di chi li ha conosciuti un germe di speranza per un mondo che sembra lacerarsi in un inutile scontro di civiltà.

«Memoria evangelica della Chiesa», così il gesuita padre Jean-Claude Guy aveva definito la vita religiosa e monastica in particolare: ne aveva colto la fecondità delle origini e il suo progressivo dilatarsi all’interno di una Chiesa che usciva dalla stagione del martirio di sangue ed entrava in quella che sarebbe diventata la plurisecolare epoca della cristianità. «Memoria evangelica» perché con il loro «essere», prima ancora che con il loro «agire», i religiosi ricordano alla Chiesa alcune istanze dell’Evangelo che rischiano, nel succedersi delle epoche storiche, di finire trascurate, dimenticate, quando non contraddette.

Ed è a questo tipo di «memoria» che ci rimanda la ricorrenza del decimo anniversario del rapimento e poi dell’uccisione dei sette monaci trappisti di Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine, in Algeria. Frère Christian, il priore, e i suoi confratelli Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria», come scrisse nel suo testamento – un testo di pregnanza cristiana paragonabile a quella che emerge dagli Acta Martyrum dei primi secoli – frère Christian nel dicembre 1993-gennaio 1994, dopo la prima, seria minaccia da parte degli integralisti di matrice islamica. I sette monaci furono gli ultimi di 18 religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano padre Pierre Claverie, assassinato assieme al suo giovane autista musulmano al ritorno da una celebrazione in memoria dei sette monaci dell’Atlas.

Eppure, ciascuna di queste vittime, così come ognuno dei pochi, umili, ma fieri cristiani rimasti in Algeria, a cominciare dall’arcivescovo di Algeri, monsignor Henri Teissier, ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora frère Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio” il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima». 

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