Annunziate con voce di gioia
che risuoni ai confini della terra:
«Il Signore ha liberato il suo popolo», alleluia.
Cfr. Is 48, 20

Domenica IV di Pasqua – C

LETTURA
Lettura degli Atti degli Apostoli 21, 8b-14

SALMO
Sal 15 (16)

R. Nelle tue mani, Signore, è tutta la mia vita

EPISTOLA
Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 1, 8-14

CANTO AL VANGELO
(Cfr. Gv 10, 14)

VANGELO
Lettura del Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO PATRISTICO

ORIGENE
Dal trattato Commentari sulla Lettera ai Romani (Lib. 4, 12: PG 14, 1002-1004)

Quando poi da nemico uno viene fatto amico, è certo che mentre compie quelle opere che Dio non ama, è nemico di Dio, e ognuno viene reso nemico tanto grave e tanto odiabile quanto avrà moltiplicato le opere degne di inimicizie.
Ci sono dunque in queste cose delle misure e gradi distinti per qualità e quantità di peccati, che sono nemici di Dio. Donde anche colui che ha peccato al di sopra di tutti, viene ricordato da Paolo che è l’ultimo nemico da distruggere. Cambiata poi la successione e l’ordine, è certo che si abbiano tra gli amici anche coloro che sono stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio suo; e che ci sia qualcuno così amico come fu chiamato Mosè amico di Dio; e che ci siano anche altri ai quali il Salvatore dice: Non vi chiamo più servi, ma amici (Gv 15, 15). Credo poi che presso Dio ci siano tra i celesti alcuni amici ancora più familiari, o coloro che vedono sempre il volto di Dio, o coloro che stanno sempre al cospetto dell’Altissimo: di modo che, come sopra abbiamo detto che c’è un certo nuovissimo nemico, così anche lì ci siano dei sommi amici per via dei meriti delle virtù.
Stando dunque così le cose, non so se colui che ancora permane in queste opere che Dio odia e a motivo delle quali ci sono inimicizie tra Dio e gli uomini, si dica che è stato riconciliato giustamente con Dio mediante il sangue di Cristo. Come infatti è stato riconciliato colui che compie le cose che sono del nemico? Paolo dunque dice giustamente di sé e dei suoi simili: quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio (Rm 5, 10). È una grande vergogna, quando è stata fatta una tale riconciliazione, quando le inimicizie tra Dio e gli uomini le scioglie non il discorso del peccatore, ma il sangue dell’intercessore, che noi ci convertiamo di nuovo alle inimicizie e che compiamo quelle cose che odia colui che nessuno aveva riconciliato con noi se non l’effusione del sacro sangue.
Ma in queste cose osserva soprattutto che Cristo ha abbattuto nella sua carne il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, che ha riconciliato entrambi con Dio in un solo corpo mediante la croce, e che ha ucciso l’inimicizia sulla croce.
In questo non senza motivo mi sembra che Paolo abbia nominato per la seconda volta l’inimicizia, e di aver detto appunto che Cristo nel primo l’unico popolo abbia distrutto l’inimicizia nella carne, e che nel secondo l’unico corpo l’abbia uccisa sulla croce. Infatti mi sembra che “distruggere” riguardi coloro che ancora fanno lotta contro il peccato e gli si oppongono secondo le loro forze; “uccidere” invece coloro che ormai non accolgono più in alcun modo il peccato, ma che da ogni parte hanno mortificato le proprie membra al peccato. Di questi era anche colui che diceva:
Sono stato crocifisso con Cristo. Ormai non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20). In questo modo, dunque, anche Cristo ha ucciso l’inimicizia nella sua carne, con la morte accolta ha dato agli uomini l’esempio per resistere al peccato fino alla morte; e così, infine, abbattuta l’inimicizia nella sua carne, mediante il suo sangue ha riconciliato gli uomini con Dio, quelli solamente che custodiscono inviolato il patto di riconciliazione non peccando oltre.
Dunque la sua morte ha dato la morte a quell’inimicizia che era tra noi e Dio, e l’inizio della riconciliazione. La sua risurrezione e vita, poi, hanno apportato la salvezza ai credenti, come anche altrove l’apostolo dice di Cristo: poiché per il fatto che è morto al peccato, egli morì una volta per tutte; invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (Rm 6, 10). Si dice morto al peccato, non al suo: infatti non commise peccato; ma egli stesso è morto al peccato (cfr 1 Pt 2, 22), cioè come colui che con la propria morte ha inferto la morte allo stesso peccato. Si dice poi vivere per Dio, affinché anche noi viviamo non per noi né per la nostra volontà, ma per Dio, affinché così finalmente possiamo essere salvati nella sua vita, secondo colui che ha detto: Ormai non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20).

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