In Dio la mia salvezza e la mia gloria,
è il Dio della mia forza
e mia speranza è lui.
In lui sperate, voi tutti qui riuniti,
aprite il vostro cuore innanzi a Dio
perché è il Signore, è lui che ci soccorre.
Sal 61 (62), 8-9

Domenica di Abramo – III di Quaresima – C

LETTURA
Lettura del libro del Deuteronomio 6, 4a; 18, 9-22

SALMO
Sal 105 (106)

R. Salvaci, Signore, nostro Dio.

EPISTOLA
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 3, 21-26

CANTO AL VANGELO
(Cfr. Gv 8, 46-47)

VANGELO
Lettura del Vangelo secondo Giovanni 8, 31-59

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO PATRISTICO

S. AGOSTINO
Tract. 40, 8-9: CCL XXXVI, 354-355

È grande ciò che incomincia dalla fede

«Gesù allora prese a dire ai Giudei che avevano creduto in lui: “Se voi rimanete nella mia parola”» (Gv 8, 31). Dice «se voi rimanete» in quanto già siete stati iniziati e avete già cominciato ad essere nella mia parola. «Se rimanete», cioè se rimanete costanti nella fede che ha cominciato a essere in voi che credete, dove giungerete? Considera quale sia l’inizio e dove conduca. Hai amato il fondamento, ora contempla il vertice, e da questa bassezza leva lo sguardo verso l’altezza. La fede importa un certo qual abbassamento; nella visione, nell’immortalità, nell’eternità non v’è alcun abbassamento; tutto è grandezza, elevatezza, piena sicurezza, eterna stabilità, senza timore di attacchi nemici o di fine.
È grande ciò che comincia dalla fede, eppure viene disprezzato; così come in una costruzione gli inesperti son soliti dare poca importanza alle fondamenta. Si scava una grande fossa, vi gettano pietre alla rinfusa, non squadrate né levigate, e non appare quindi niente di bello, come niente di bello appare nella radice di un albero. Ma tutto ciò che nell’albero ti piace è venuto su dalla radice. Guardi la radice e non ti piace, contempli l’albero e resti ammirato. Stolto, ciò che ammiri è venuto su da ciò che non ti piace. Ti sembra una cosa da poco la fede dei credenti, perché non hai bilancia per pesarla.
Ma ascolta dove conduce e saprai misurarne il valore. Lo stesso Signore, in un’altra circostanza, dice: «Se avrete fede come un granello di senape» (Mt 17, 9). Cosa c’è di più umile e insieme di più potente? Cosa c’è di più trascurabile e insieme di più fecondo? Dunque anche voi – dice il Signore – «se rimanete nella mia parola», in cui avete creduto, dove sarete condotti? «Sarete davvero miei discepoli». E che vantaggio avremo? «E conoscerete la verità» (Gv 8, 31-32).
Cosa promette ai credenti, o fratelli? «E conoscerete la verità». Ma come? Non l’avevano già conosciuta quando il Signore parlava? Se non l’avevano conosciuta, come avevano potuto credere? Essi non credettero perché avevano conosciuto, ma credettero per conoscere. Crediamo anche noi per conoscere, non aspettiamo di conoscere per credere. Ciò che conosceremo non può essere visto dagli occhi, né udito dagli orecchi, né può essere compreso dal cuore dell’uomo. Che cosa è infatti la fede, se non credere ciò che non vedi? La fede è credere ciò che non vedi: la verità è vedere ciò che hai creduto, così come altrove dice lo stesso evangelista. Pertanto il Signore, al fine di stabilire la fede, s’intrattenne in un primo tempo qui in terra. Era uomo, si era umiliato, tutti lo vedevano ma non tutti lo riconoscevano. Rifiutato dalla maggioranza, messo a morte dalla moltitudine, da pochi fu pianto, e tuttavia, anche da questi dai quali fu pianto, non era ancora conosciuto per quel che esattamente era.
Tutto ciò era come un tracciare le linee fondamentali della fede e della sua futura struttura, in riferimento alla quale il Signore stesso in altro luogo disse: «Chi mi ama, osserva i miei comandamenti; e chi mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò, e a lui mi manifesterò» (Gv 14, 21). Coloro che lo ascoltavano, lo vedevano; tuttavia egli promise che si sarebbe mostrato loro, se lo avessero amato. Così qui dice: «Conoscerete la verità». Come? Ciò che hai detto non è la verità? Certo che è la verità, ma essa per ora si deve credere, ancora non la si può vedere. Se si permane in ciò che si deve credere, si giungerà a ciò che si potrà vedere.
In questo senso il medesimo santo evangelista Giovanni nella sua lettera dice: «Carissimi, fin d’ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che noi saremo non è stato ancora manifestato». Già siamo, e qualcosa saremo. Che cosa saremo più di quel che siamo? Ascolta: «Non è stato ancora manifestato ciò che noi saremo. Noi sappiamo che quando questa manifestazione avverrà saremo a lui somiglianti». Perché? «Perché lo vedremo quale egli è» (1 Gv 3, 2). Magnifica promessa; però è la ricompensa della fede. Se vuoi la ricompensa, devi prima compiere l’opera. Se credi, hai diritto alla ricompensa della fede; ma se non credi, con che faccia potrai esigerla?
«Se» – dunque – «rimarrete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli» (Gv 8, 31), e potrete contemplare la verità come essa è, non per mezzo di parole sonanti, ma per mezzo della sua luce splendente, quando Dio ci sazierà, così come dice il salmo: «È stata impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore» (Sal 4, 7).
Noi siamo moneta di Dio, una moneta smarritasi lontano dal suo tesoro. L’errore ha logorato ciò che in noi era stato impresso: ma è venuto a ricreare in noi  la sua immagine quel medesimo che l’aveva creata; è venuto a cercare la sua moneta, come Cesare cercava la sua; perciò ha detto: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» (Mt 22, 21): a Cesare le monete; a Dio voi stessi. E così sarà riprodotta in noi la verità.

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