Domenica del cieco. IV di Quaresima

Domenica del cieco. IV di Quaresima

LETTURA
Dio parla faccia a faccia con Mosè nella tenda del convegno.
Es 33, 7-11a

SALMO
Sal 35 (36), 6-11

Signore, il tuo amore è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi,
la tua giustizia è come le più alte montagne,
il tuo giudizio come l’abisso profondo:
uomini e bestie tu salvi, Signore. R./
Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali,
si saziano dell’abbondanza della tua casa:
tu li disseti al torrente delle tue delizie. R./
È in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce.
Riversa il tuo amore su chi ti riconosce,
la tua giustizia sui retti di cuore. R./

EPISTOLA
Trattate il vostro corpo con santità e rispetto.
1 Ts 4, 1b-12

CANTO AL VANGELO
(Cfr. Gv 8,12)

VANGELO
Il cieco nato
Gv 9, 1-38b

PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO

ANONIMO IX SEC.
Hom. 9, 1-5

Rendete grazie, fratelli, alla misericordia di Dio che vi ha conservati in buona salute fino alla metà di questa Quaresima. Possono tuttavia lodare Dio per tale dono, con più dolcezza e devozione, coloro che si sono applicati a vivere come è stato detto all’inizio della Quaresima, cioè coloro che si son presi l’impegno di digiunare ogni giorno in vista della remissione dei loro peccati, di elargire elemosine, di portarsi in chiesa con sollecitudine e di pregare nelle lacrime e i sospiri.

Quanto a coloro che hanno trascurato queste cose, cioè quelli che non hanno digiunato ogni giorno, che non hanno elargito elemosine o non hanno pregato con ardore e devozione, non v’e ragione per essi di rallegrarsi, hanno piuttosto, sventurati, di che affliggersi. Non si affliggano tuttavia al punto di disperare, poiché colui che ha potuto dare la vista al cieco nato (Jn 9,1-38), può anche rendere zelanti e ardenti nel suo servizio coloro che attualmente sono tiepidi e negligenti, se vogliono convertirsi a Dio con tutto il cuore. Che tutti quelli che si trovano in questo stato, cioè quelli che vivono nell’impurità, quelli che covano odio contro qualcuno nel loro cuore, che si appropriano ingiustamente del bene altrui o trattengono il proprio in maniera abusiva, riconoscano dunque la loro cecità, e ricorrano al medico onde recuperare la vista.

Possiate voi, allorché cadete nel peccato, cercare il rimedio spirituale negli stessi modi con cui cercate quello carnale quando il vostro corpo è malato. Chi c’è in questo momento, in mezzo a tutta questa folla, che se dovesse non dico essere ucciso, ma solamente perdere gli occhi, non darebbe tutto ciò che possiede per potervi sfuggire? Ma se temete a questo modo la morte della carne, perché non dovreste temere quella dell’anima, soprattutto perché, mentre la morte della carne, cioè il dolore, è di un istante, la morte dell’anima, cioè il pianto e il castigo, non avrà mai fine? E se tenete tanto agli occhi del corpo che perderete ben presto con la morte, perché non amare gli occhi spirituali con i quali potrete vedere senza fine il vostro Dio e Signore?

Lavorate dunque, figli carissimi nel Signore, lavorate finché dura il giorno, poiché “sopraggiunge la notte nella quale nessuno può più lavorare” (Gv 9,4). Il giorno, è la vita presente; la notte, è la morte e il tempo dopo la morte. Se non vi è possibilità di lavorare dopo questa vita, come lo afferma la Verità, perché ciascuno non lavora finché ne ha il tempo, cioè finché vive in questo secolo? Temete, fratelli, questa notte della quale il Salvatore dice: “Sopraggiunge la notte nella quale nessuno può più lavorare”. Coloro che compiono il male non temono questa notte, e per questo motivo, all’uscita da questa vita, essi trovano la notte, cioè la morte eterna. Lavorate finché vivete, ma in questi giorni soprattutto, privandovi di piatti delicati, e astenendovi dai vizi in ogni tempo. Infatti coloro che si privano del cibo e non si astengono dal male sono simili al diavolo che non mangia e tuttavia non si allontana dal male. Sappiate infine che voi dovete far passare in cielo, dandolo ai poveri, quello di cui vi private con il digiuno.

Mettete in pratica, fratelli, gli avvertimenti di questo sermone odierno, perché non cada su di voi la maledizione dei Giudei. «Essi dissero», in effetti, al cieco: “Sii tu discepolo li quell’uomo” (Gv 9,28). Che significa essere discepoli di Cristo se non essere discepoli della pietà, della verità e dell’umiltà? È per attirare su di lui la divina maledizione che gli dissero questo, ma grande è al contrario la sua benedizione: che egli vi conceda di riceverla, lui che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

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