C. Cattaneo, La mistica alla scuola di San Benedetto

D. Simon D., I Folli di Cristo: Passato e Presente*

*Elaborato per l’esame del corso I grandi mistici moderni: un panorama di varie configurazioni tra spiritualità, cultura e vita – Prof. B. SAWICKI

“Verrà un tempo in cui gli uomini diventeranno folli e, quando vedranno uno che non è folle, lo assaliranno dicendogli: ‘Sei folle’ per il solo fatto che non è come loro.” Vorrei iniziare la riflessione su “i Folli di Cristo” proprio con le parole di sant’Antonio (251-356), considerato come fondatore del monachesimo cristiano. Queste parole di sant’Antonio rassomigliano a una profezia che è stata attualizzata nel nostro tempo. Veramente, “i folli di Cristo” sono i profeti del nostro tempo chi nel loro modo di vivere rovesciano i valori del nostro mondo e in tal modo, proclamano il regno di Dio che non ha un valore. Dall’inizio della storia di salvezza, Abramo lasciò il suo paese, la sua patria e la casa di suo padre (Gn 12) e si diresse vero una terra sconosciuta e ha abituato ai costumi strani. Ma molto più drammatica è l’avvenimento del figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo. Nella contemplazione di Gesù Cristo, la sua umanità e soprattutto il mistero pasquale, si testimonia “di folle passione d’amore di Dio per l’uomo”. Nella storia dell’origine e la successione dei folli, Gesù è il primo e l’ultimo.

Studiare “i folli di Cristo” come i “mistici moderni” è una bella esperienza. È come andare a cercare le pietre preziose nel fango, ma la realtà è proprio così. Gesù dice: “il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo”. E di nuovo, “il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose” (Mt 13, 44-45). Il regno di Dio è paragonato con “un tesoro nascosto” o “perle preziose”. Dunque è logico andare a cercare nel campo “un tesoro” che è “nascosto” nel campo, cosi anche la ricerca di “perle preziose” nel mercato, tra la gente. Con tale affermazioni, forse Gesù cerca di sottolineare che cosa loro hanno in comune, la terra e la gente (l’uomo), cioè l’uomo fatto dalla terra (Gn 2,7) o forse l’uomo fatto dalla terra in cui abita (nascosta) tale “tesoro”. Forse l’uomo che si consideri sé stesso come un “nulla, niente e nessuna” – “folle” – dinanzi a Dio e agli uomini, riflette più chiaramente il disegno di Dio. In questo breve lavoro cercherò di fare un tentativo di analizzare il concetto di “folle”, perciò mi soffermerò sul concetto dei “folli per amore di Cristo”, pur sostenendo la discussione portando alcuni esempi dei “folli di Cristo” traendo fuori dalla storia del cristianesimo e cercherò di aprire tra le parentesi la discussione della probabile l’esistenza della realtà dei “folli” in Induismo.

Dall’inizio, la sequela di Cristo è segnata da una certa radicalità che è al di là della comprensione ed esposizione della scienza umana. Negli Atti degli apostoli l’evangelista Luca sottolinea l’atteggiamento della prima comunità cristiana: “tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti” (2, 44-45). Tale è vero anche nel caso di un ventenne, Antonio. Nella Vita Antonii, Sant’Atanasio (ca. 295-373) ci presenta questa grande figura: la sua conversione, “discorso dottrinale” (no. 16-46), “discorso contro gli ariani” (69-71), “le conversazioni con i filosofi” (72-80), miracoli e la lotta contro i demoni. Perciò tutto questo ha l’inizio in quel domenica in cui al centro è la celebrazione dell’eucaristia, il mistero pasquale di Cristo che è preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio. Accogliendo le parole del Vangelo (Mt 19, 21) come l’ispirazione propriamente raggiuntagli da Dio, lasciò tutto per amore di Cristo e preferì la vita eremitica.

Segue la prima vita d’asceta presso casa, poi la vita solitaria nelle vicinanze del villaggio, seguendo l’esempio d’un vecchio asceta. Passo successivo: Antonio si ritira più lontano dal mondo, in una ragione disseminata di tombe, dove si rinchiude e vive sino all’età di trentacinque anni. Dopo una visione incoraggiante, parte per il deserto e va ad insediarsi in un forte rovinato, a Pispir, in un luogo disabitato. Dopo aver vissuto vent’anni in questa solitudine, riceve la visita di amici, desiderosi di seguire il suo esempio. (Vita di Antonio, LXXVII.)

Difficilmente spiegabile tale atteggiamento di Antonio. Egli ha compiuto il primo passo e ha cercato di “diffidare dall’immediato incombente, nella sua concretezza mondana, essere disponibili a prendere la distanza da esso, a guardare le cose da un altro punto di vista, esser capaci di cambiare sguardo: questo è dunque il primo passo del cammino mistico.”  (segue)

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