C. Cattaneo, La mistica alla scuola di San Benedetto

D. Premoli, Mistica e apostolato*

* Pontificio Ateneo S. Anselmo – A. a. 2020/2021
Corso 55132: I grandi mistici moderni: un panorama di varie configurazioni tra spiritualità, cultura e vita
Prof. Bernard Sawicki

La questione mistica tra i Gesuiti di età moderna

 1. Introduzione 

1.1. Caratteri fondamentali dell’Età moderna e loro influenza sulla spiritualità

Il cattolicesimo durante la prima età moderna, come noto, si caratterizzò per il suo stretto rapporto con la società civile, in un vero e proprio aggiornamento: se da un lato la Chiesa influenzò il mondo secolare, d’altra parte anch’essa fece proprie alcune delle nuove esigenze, politiche e sociali, emerse a partire dall’Umanesimo1. Del Rinascimento e dell’Età moderna possiamo individuare le due caratteristiche principali nel declino delle grandi idee universali e l’emergere del diversi stati nazionali, e nella tendenza alla concretezza.

Al declino delle grandi idee universali e imperiali, corrispose nella spiritualità il formarsi delle scuole nazionali, che presero il posto delle scuole degli ordini religiosi. Se prima le diverse correnti spirituali erano legate ai vari ordini religiosi, che sorpassavano i confini nazionali, ora anche la spiritualità, pur conservando la fedeltà alla Chiesa cattolica, assunse aspetti prettamente nazionali. Gli antichi ordini certo conservavano i propri aspetti caratteristici, così come i nuovi (la spiritualità ignaziana, ad esempio); eppure si assiste alla nascita di scuole spirituali nazionali (la scuola spagnola, quella francese, quella italiana…). Ciascuna di esse ritrova in alcuni suoi caratteri distintivi aspetti del Paese in cui è sorta: la scuola spagnola sarà così debitrice della lotta dell’Inquisizione contro i protestanti e il falso misticismo; la scuola italiana delle condizioni sociali e spirituali del Cinquecento italiano, con il desiderio di una riforma della Chiesa unito alla volontà di valorizzare quanto di  positivo aveva prodotto il Rinascimento.

L’Umanesimo e il Rinascimento furono caratterizzati dall’esigenza del concreto: e ciò, se da un lato venne inteso come sinonimo di terreno, quasi in contrapposizione al soprannaturale, d’altra parte originò anche due importanti tendenze nella spiritualità: l’umanesimo devoto e l’orazione metodica.

 

1.2. La Compagnia di Gesù tra azione e contemplazione

I Gesuiti, in tale contesto, sono pressoché unanimemente riconosciuti quale esempio più significativo di tale vicendevole scambio: in un’età, come quella moderna, dove il primato era dell’azione, la Compagnia di Gesù rispondeva all’ansia di apostolato che, specialmente a partire dalla fine del XV secolo, veniva avvertita come esigenza sempre più urgente. È tuttavia interessante considerare ciò che avvenne nel Seicento all’interno della Compagnia.

Nel 1606, su richiesta del preposito Claudio Acquaviva (1543-1615), giunsero a Roma i risultati di un’inchiesta De detrimentis Societatis, sulle carenze spirituali della Compagnia avvertite dai confratelli delle diverse nazioni: segno evidente dell’esigenza di una riforma interna dell’ordine. Specialmente in Francia si ebbe un dibattito fondamentale sul rapporto tra azione e contemplazione: se per taluni il «lasciare Dio per Dio» di Ignazio significava abbandonarsi nella contemplazione, per altri ciò veniva interpretato come giustificazione del lavoro apostolico anche a scapito del tempo dedicato alla preghiera. Altrettanto evidente, nei risultati dell’inchiesta, era pure la richiesta che tale opera di riforma fosse impostata a livello istituzionale, per favorire lo spirito dell’istituto. Per questo Acquaviva agì secondo due indirizzi: realizzare un corpus dottrinale interno alla Compagnia e un’immagine ufficiale della vita di Ignazio, con una forte accentuazione sulla dimensione istituzionale della Compagnia. Dal punto di vista spirituale, il gesuita poteva dedicare all’orazione il proprio tempo libero, ma sempre pronto a rinunciarvi per il lavoro apostolico. Con il generalato di Munzio Vitelleschi, la situazione mutò: se Acquaviva infatti tentò di “incanalare” le tendenze mistiche all’interno di vie istituzionali, il suo successore tentò invece di reprimerle, individuando in esse un vero e proprio pericolo. Gli esponenti di questo «spirito estraneo» alla Compagnia intendono ricercare un’orazione più intensa, diffidando dagli affari temporali che sono giudicati incompatibili con la propria vocazione. Ma soprattutto, essi fanno risalire la propria esperienza interiore ad una tradizione risalente alle origini stesse della dottrina ignaziana. … (segue)

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