B.-M. Simon, Risposta a una domanda

Le vere domande vengono dai bambini. Uno di loro mi ha chiesto: “Perché Dio non ferma l’epidemia del coronavirus?” In realtà, nel profondo di noi stessi, ci facciamo tutti questa domanda. Anche coloro che non credono se la fanno. Prova ne è il ragionamento che li spinge a negare l’esistenza di Dio: se Dio esistesse, metterebbe termine a questa tragedia. Siamo sinceri, questo ragionamento ci turba. E ci turba a tal punto, che molti cristiani e preti cercano di aggirarlo affermando che Dio non ha niente a che fare con l’esistenza del coronavirus, la quale si spiega unicamente attraverso le leggi della natura e gli errori umani. In realtà questa risposta elude il problema, perché affermare che l’esistenza del coronavirus, come quella di tutte le catastrofi che hanno colpito l’umanità, si spiega con le leggi della natura e gli errori umani non convincerà mai i non credenti. E questo per la semplice ragione che le leggi della natura sono state create da lui! Riguardo agli errori umani, i non credenti faranno notare la profonda ingiustizia di questa interdipendenza tra gli uomini iscritta dal Creatore nella nostra natura, che fa sì che gli errori di alcuni ricadano, anche e soprattutto, su coloro che non li hanno commessi. Non c’è niente da fare, l’obiezione dei non credenti rimane intatta. Ma da dove attinge la sua forza? In una verità di fede, insegnata d’altronde dalla ragione. Se i non credenti non fossero convinti che la nozione di Dio implica che sia onnipotente, perché negherebbero la sua esistenza? Se Dio fosse, come vogliono alcuni, un semplice spettatore impotente di quello che succede, non avremmo nessuna ragione di negare la sua esistenza, così come non abbiamo nessuna ragione di negare l’esistenza di coloro che assistono impotenti a un incidente stradale. Per fortuna molti non credenti non accettano l’idea di un Dio impotente. E hanno ragione di farlo. Infatti, se Dio è impotente, noi non dobbiamo aspettarci nulla da Lui, è inutile pregarlo, non serve a niente. Davanti a questa conclusione inevitabile, coloro che affermano che Dio non ha niente a che vedere con l’esistenza del coronavirus preciseranno che Dio non è impassibile ma pieno di amore per coloro che soffrono e che questo amore ci incoraggia nelle nostre difficoltà. E aggiungeranno che i miracoli compiuti da Gesù Cristo ne sono i segni tangibili. Quest’ultimo argomento in realtà è pericoloso, perché se l’amore di cui i miracoli sono i segni si accontenta di compatire le nostre sofferenze, questi stessi miracoli ci spingono alla disperazione. In effetti, compiendoli, Dio dimostra che ha il potere di fermare ogni epidemia e di guarire ogni malattia, poiché ha saputo calmare la tempesta che agitava il lago di Genesaret e guarire i lebbrosi che gli chiedevano aiuto. Allora perché non ferma questa pandemia? Perché non guarisce coloro che muoiono di coronavirus? In effetti, se l’amore di Dio è impotente, non può venirci in aiuto; non è che un inutile placebo. Quando si cade dal sesto piano, la presenza di un amico compassionevole al nostro fianco non risolve il problema: che cosa mi succederà quando mi schianterò per terra? Dirci che Dio è al nostro fianco e che ci incoraggia nelle nostre difficoltà non serve a niente. Di certo, fa sempre piacere ricevere incoraggiamenti quando si è in difficoltà, ma questi incoraggiamenti diventano insopportabili quando queste difficoltà sono insormontabili e mortali. Specialmente quando coloro che ci incoraggiano sono in buona salute! Se Dio si accontenta di compatire i nostri dolori come spettatore impotente, i non credenti hanno ragione di pensare che non esista. E questo è tutto. Ma in realtà, Dio non è uno spettatore impotente, egli è l’Onnipotente, il Creatore di tutte le cose. Come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica: “La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina provvidenza è concreta e immediata, si prende cura di tutto, dalle cose più piccole fino ai grandi avvenimenti del mondo e della storia. Con forza, i libri santi affermano la sovranità assoluta di Dio nel corso degli avvenimenti”. Bisogna scegliere: o Dio si occupa di tutto, o non si occupa di niente; o tutto ciò che ci succede è nelle sue mani, oppure siamo abbandonati a noi stessi, vittime delle forze cieche della natura e degli errori umani. Non abbiamo scelta, bisogna decidere. Ebbene, la Chiesa ha deciso, crede che tutti gli avvenimenti della storia del mondo e di ogni uomo in particolare non sfuggano all’onnipotenza divina. Ma allora, perché Dio non ferma il coronavirus visto che ne è capace? Ecco la vera domanda, quella che fanno i bambini.

Questa domanda è terribilmente pericolosa, perché ogni risposta disegna il volto di Dio in fondo al nostro cuore. Chi siamo noi per osar dire la ragione per cui Dio lascia che il male agisca con una tale potenza nel mondo e nelle nostre vite? In verità, solo la fiducia con la quale Cristo accetta di morire sulla croce ci permette di intravedere la risposta. Per questo bisogna notare che questa fiducia non avrebbe potuto esistere se Gesù Cristo non avesse avuto la convinzione assoluta che Dio, suo Padre onnipotente, sapeva trarre il bene dal male. Al seguito di Cristo, la Chiesa così come i suoi martiri e i suoi santi è convinta che, se Dio non fosse capace di trarre il bene dal male non permetterebbe al male di esistere, avrebbe mandato dodici legioni di angeli per impedire la morte di suo Figlio; impedirebbe tutti i cataclismi, tutte le pandemie, tutti i crimini, tutte le guerre, tutte le violenze. Ma quale bene Dio vuole trarre da tutti questi mali? La morte e le sofferenze di Cristo, così come quelle dei martiri e dei santi, ci obbligano a riconoscere che questo bene non è quello che ci aspettiamo dalla sua onnipotenza, visto che non le ha impedite. In effetti, lo scopo perseguito da Dio non corrisponde al nostro: il suo è di farci entrare nella gioia del cielo; il nostro è di restare sulla terra il più a lungo possibile, al punto da dimenticare che un giorno ci toccherà morire. In realtà, attraverso tutto ciò che ci succede, attraverso le gioie e le disgrazie di questa terra, facendoci passare attraverso sentieri che sfuggono a tutto ciò che noi possiamo comprendere, Dio vuol farci entrare nella gioia divina, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica: “Il fine ultimo di tutta l’economia divina è l’entrata delle creature nell’unità perfetta della Beata Trinità”. Non c’è niente da fare, la gioia che Dio vuole donarci non corrisponde alla nostra idea di felicità. Da qui il nostro conflitto con Lui. Noi vogliamo sì credere in Lui, ma a condizione che ci aiuti a vivere quaggiù. Siamo come quelle folle che seguono Gesù Cristo fintanto che moltiplica i pani e che lo abbandonano quando annuncia che non è venuto a dare loro il pane di questa terra ma il pane vivo disceso dal cielo, cioè il suo corpo da mangiare e il suo sangue da bere. Tutto quello che Dio fa, tutto quello che permette ha la sua ragion d’essere nella nostra vocazione alla vita eterna. È molto facile affermarlo quando tutto va bene e quando abbiamo la convinzione intima che domani vedremo sorgere il sole, ma quando l’ombra della morte comincia ad avvolgerci con le sue tenebre, quando l’aldilà si avvicina a noi a grandi passi, cambia tutto!

Per sfuggire a quest’angoscia, molti si rifugiano nella convinzione che riusciremo a vincere questo virus, come ne abbiamo vinti altri. Di certo aggiungeranno che a questo scopo, è necessario che, unendo le nostre forze, ciascuno di noi collabori in questa battaglia. Hanno assolutamente ragione di sperarlo e di ricordarci che abbiamo tutti il dovere di fare tutto ciò che possiamo per vincere questa pandemia. Ma dimenticano tuttavia che questa vittoria non ridarà la vita alle vittime di cui forse faremo parte e che, comunque sia, gli uomini non riusciranno a sbarazzarsi della morte. Di certo, noi occidentali, come tutti gli altri uomini che popolano la terra, sappiamo bene che siamo mortali, ma speriamo di dimenticarlo grazie alle nostre ricchezze, ai nostri piaceri e a tutti i sonniferi che la scienza farmaceutica mette oggi a nostra disposizione. Quanto all’aldilà, molti credenti sono convinti che l’amore di Dio se ne occupa e che farà in modo di sistemare tutto in paradiso. In realtà, questo ottimismo disprezza la sofferenza umana. Perché in effetti, se Dio si accontentasse di fare in modo che tutto alla fine si sistemi, potrebbe benissimo arrivare allo stesso risultato senza lasciare tanti uomini, donne e bambini soffrire orribilmente. Se Dio permette che suo Figlio, venuto sulla terra per salvarci, venga messo a morte dagli uomini, se permette che tanti innocenti soffrano, se permette al demonio di avere un tale potere sul mondo, se permette alla durezza di cuore degli uomini di essere così implacabile, se permette all’egoismo umano di generare ingiustizie e miserie inaudite, è che le cose non sono così semplicistiche come vorremmo. Accontentarsi unicamente della speranza – d’altronde legittima – di assistere un giorno alla vittoria dell’umanità sul coronavirus non è il buon modo di evitare la paura che cerchiamo di fuggire aggrappandoci a questa sola speranza. In effetti, questo atteggiamento fa l’impasse sulla morte. Ecco perché non solo esso non ci impedirà di cadere nella disperazione quando bisognerà morire, ma soprattutto ci allontana ora dalla vera felicità, e cioè dalla felicità che Dio ci offre in occasione di questa pandemia, così come attraverso tutti i mali di questa vita.

Allora che cosa fare di fronte alla morte? Qual è l’atteggiamento giusto di fronte a questo terribile mistero? Non ce n’è nessun’altro se non quello che ci insegna Cristo che, al momento di morire, si rivolge con fiducia verso il Padre onnipotente dicendogli: “Nelle tue mani rimetto il mio spirito”. Queste parole prendono tutto il loro pieno significato quando ci si ricorda delle parole che ha pronunciato al Getsemani, poco tempo prima di entrare nella sua Passione: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà!”. Facendo eco a questa fiducia, Madame Elisabeth, la sorella di Luigi XVI, ha scritto questa preghiera mentre aspettava la sua condanna nella prigione del Tempio: “Che mi accadrà oggi, o mio Dio? Lo ignoro. So soltanto che nulla mi accadrà che Voi non abbiate previsto, stabilito, voluto e ordinato sin dall’eternità. Questo mi basta, o mio Dio, per essere tranquilla. Adoro i vostri disegni eterni e impenetrabili, ai quali mi sottometto con tutto il cuore per amor vostro. Voglio tutto, accetto tutto. Vi faccio un sacrificio di tutto ed unisco questo sacrificio a quello del vostro diletto Figlio e mio Salvatore. Vi domando in nome del suo Sacro Cuore e dei suoi meriti infiniti la pazienza nelle mie pene e la perfetta sottomissione a Voi dovuta per tutto quello che vorrete e permetterete. Così sia”. In fin dei conti, davanti alla morte, così come davanti a tutte le catastrofi che ci ricordano in modo ineluttabile che ci toccherà morire, non c’è altro atteggiamento che quello di Cristo, dei santi e dei martiri, cioè quello della fiducia assoluta, della fiducia che rimette tutto nelle mani di Dio e che si abbandona alla sua santa volontà come un bambino nelle braccia di suo padre.

Questa fiducia ci libera dalla paura dandoci una pace che nessun virus né nessun boia potrà toglierci. Di certo, essa non ci dona di vedere da subito ciò che Dio fa attraverso tutto quello che ci succede, ma ci dona di presentirlo. Ecco perché essa sa che tutto quello che Dio fa e permette nella sua onnipotenza è buono. Ciò non vuol dire che conosce le ragioni precise per cui Dio fa o permette tale o talaltra cosa. Se Cristo, intimamente unito al Padre, ha potuto dire: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato”, che cosa ne sarà di noi che siamo immersi nell’oscurità della fede e nelle tenebre del dubbio? Le ragioni divine ci superano, in particolare quando esse spiegano perché Dio non impedisce al male di esercitare su di noi il suo potere. Di certo, anche senza essere molto intelligenti, riusciamo a comprendere che qualcosa non funziona nell’umanità, che siamo lontani da Dio, in una parola che abbiamo bisogno di convertirci. Ma stiamo bene attenti a non pretendere di sapere come Dio vuol compiere questo miracolo, più necessario di tutti gli altri. Non proiettiamo su di lui il nostro modo di governare, di educare e di correggere. Ricordiamoci ciò che Cristo ha detto a coloro che gli riportavano la vicenda dei Galilei che Pilato aveva fatto massacrare: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Solo la fiducia in Dio ci permette di intravedere che le correzioni divine sono non solo delle grazie che ci insegnano l’umiltà e l’obbedienza filiale mostrate da Cristo, ma anche dei gesti di una tenerezza infinita da parte del nostro Padre celeste. Molto più, questa fiducia ci permette di presentire che tutte le sofferenze che ci schiacciano possono diventare, grazie a Gesù Cristo e in unione con lui, degli atti di amore che salvano il mondo. Senza saperlo, tanti innocenti e tanti piccoli portano la croce di Cristo, meritando così la conversione di tanti cuori induriti! In realtà e in modo misterioso, i mali che Dio permette nella sua onnipotenza concorrono al suo disegno, e specialmente al bene di coloro che gli danno fiducia. Facciamo molta fatica a vederlo perché vediamo il rovescio del ricamo, guardiamo gli avvenimenti di questo mondo come si guarda un arazzo dal lato in cui i fili si intrecciano; ma quando in cielo vedremo il diritto, allora sapremo che tutto è grazia, anche il rispetto sconvolto con il quale Dio permette a coloro che non vogliono dargli fiducia di chiudersi in un rifiuto eterno. Guai a coloro che vogliono parlare di Dio, della sua provvidenza, della sua giustizia o della sua misericordia al di fuori di questa luce che noi possiamo solo presentire sulla terra. È perché la Chiesa ne ha il presentimento infallibile che essa ci invita a fidarci dell’onnipotenza divina che “si prende cura di tutto, dalle cose più piccole fino ai grandi avvenimenti del mondo e della storia”. È con questa fiducia che la Chiesa supplica Dio di liberarci dal coronavirus, dicendo con Cristo: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Ecco perché la sua preghiera non sarà mai delusa.

Ma come dare a Dio una tale fiducia? Come non lasciarsi vincere dall’angoscia della morte? Come credere che tutto è nelle mani di Dio mentre tutto sembra andare verso un’immensa catastrofe? Ebbene non c’è altra soluzione che quella che consiste nel chiedere umilmente: “Mio Dio, fatemi la grazia di farvi fiducia”. Non una volta sola, ma cento volte, cioè ogni volta che la paura e l’angoscia ci attanagliano, bisogna ridire, ogni volta con un po’ più di umiltà: “Mio Dio, fatemi la grazia di farvi fiducia”. E ogni volta che questa preghiera esce un po’ più umilmente dal nostro cuore, Dio ci dona di crescere nella fiducia e nella pace che lui solo, l’Onnipotente, ci può offrire.

 

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