«Riprodurre in sé, per quanto possibile, ‘la forma di vita, che il Figlio di Dio prese quando venne nel mondo’» (VC 16)
Aula Nervi Abregè, 29 gennaio 2016
2ª Relazione a due voci: «HANNO ACQUISITO UNA SORTA DI ISTINTO SOPRANNATURALE CHE HA LORO PERMESSO DI RINNOVARE LA PROPRIA MENTE» (CF VC 94)
La dimensione contemplativa della vita consacrata. Un modo di abitare l’oggi della storia. Provocazioni verso il futuro.
1. Premessa
È gioia, essere qui. Essere con voi. Essere in questo luogo, per me del tutto nuovo, e anche un po’ improbabile, mi fa sentire anzitutto spaesata. Ma con voi ospite di questo evento. Che ha alcuni tratti di inedito: oltre ogni “recinto” e partizione. Radunate, radunati – molti – da una sola passione. Potrebbe questo incontro, abitato dallo Spirito, diventare un segno profetico entro questo anno che va concludendosi – essere qui, molte, molti, una sola passione, patimenti e speranze che ci accomunano. A interrogarci su come si possa essere trasformati dalla forma di vita del Figlio, di Gesù, Verbo di Dio fatto carne. È gioia. E, anzitutto, io dico: grazie.
Eppure (devo confessarlo), tutto è iniziato, per me, come un certo timore, una trepidazione: l’invito, e il tema specifico assegnatomi, mi hanno dato – appena ricevuti – la prima impressione di uno sbaglio d’indirizzo. Che cosa mi si chiedeva? Che ci fa qui una monaca? Per sé mi appariva un argomento massimamente attraente, ma tanto “liquido” da richiedere molto tempo (interiore, oltre che cronologico), e contesti altri da una concentrazione così vasta, per arrivare a dire alcunché di sensato, senza polemiche, in uscita da secolari equivoci o luoghi consunti. Poiché io ritengo che la categoria di “contemplazione” sia intrinsecamente segnata – nella nostra cultura – dalla sua origine intellettualistica, ben presto discosta dalla matrice biblica dell’atto di contemplare. Né è bastata la storia – peraltro ricca e avvincente – delle successive interpretazioni nella spiritualità cristiana d’occidente, a riconsegnare la sua originaria luce evangelica al linguaggio della contemplazione. Di qui il mio iniziale disagio.
Poi, però, pur consapevole dei limiti di un discorso che, nei limiti fissati, non può che restare allusivo, sono stata attirata dall’avventura: in una parola – che vuol essere testimoniale, e quindi dialogica – far intravvedere un vissuto, al quale ci riconosciamo tutti chiamati – come in principio. E le monache chiamate a dar segno a tutti. …
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