V DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – A

Le tue mani, Signore, mi hanno plasmato;
dammi forza di intendere i tuoi precetti.
Anelo alla salvezza che viene da te
e medito la tua legge.
Sal 118 (119), 73. 174

LETTURA
Tutti i popoli verranno e vedranno la mia gloria.
Is 66, 18b-22

SALMO
Sal 32 (33), 8-11. 13-15

 

Tema il Signore tutta la terra,
tremino davanti a lui gli abitanti del mondo,
perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto. R/.
Il Signore annulla i disegni delle nazioni,
rende vani i progetti dei popoli.
Ma il disegno del Signore sussiste per sempre,
i progetti del suo cuore per tutte le generazioni. R/.
Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini;
dal trono dove siede
scruta tutti gli abitanti della terra,
lui, che di ognuno ha plasmato il cuore
e ne comprende tutte le opere. R/.

EPISTOLA
La promessa ad Abramo in virtù della fede.
Rm 4, 13-17

CANTO AL VANGELO
(Gv 3, 35-36)

VANGELO
La signoria di Cristo sulla vita: il secondo segno a Cana per il figlio del funzionario.
Gv 4, 46-54

 

In quel tempo. Il Signore Gesù andò di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

PREGHIERA DEI FEDELI
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R/. Signore della vita, ascoltaci.

 

- Per la Chiesa che ama e difende ogni vita: non si scoraggi in questo suo sforzo che è obbedienza al Vangelo per dare speranza a ogni uomo e a ogni donna: preghiamo. R.
- Per il Papa e per i Vescovi: siano sempre sostenuti nel compito di annunciare il Vangelo della vita e non manchi loro l’ascolto di persone di buona volontà, dedite al servizio della dignità dell’esistenza di tutti: preghiamo. R.
- Per noi qui presenti: il Signore converta il cuore di tutti, perché ciascuno partecipi al compimento della sua creazione con la cura di ogni vita, per piccola che sia: preghiamo. R.

COMMENTO AL VANGELO

MAURO-GIUSEPPE LEPORI
Battesimo di Andrea Giuseppe Astorri – Milano, 5 febbraio 2017

“Udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, [il funzionario del re] si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire”.

Forse è proprio da questa ansia, ben comprensibile, di un padre per suo figlio che dovremmo imparare l’atteggiamento giusto con cui chiedere alla Chiesa i sacramenti, per noi stessi, per i nostri figli, per i nostri malati. Perché chiedere un sacramento, accostarsi a un sacramento, vuol dire chiedere Cristo, accostarsi a Cristo. Vuol dire presentarsi al Signore con una domanda di fede, una domanda cioè che possiamo rivolgere solo a Lui, a Lui in quanto Signore, Dio fatto uomo perché l’uomo potesse accostarsi a Dio attraverso una realtà umana, un incontro umano, dei gesti e delle parole umani.

Il gesto di questo padre è un gesto di fede che riconosce in Gesù un’eccezionalità che nessun’altro può assicurare. Questo uomo infatti è funzionario del re, ma non va dal suo re a raccomandare il suo bambino: va da Gesù. Riconosce in Cristo un potere che nessun re della terra può avere: il potere di donare la vita, il potere di garantire a sua figlio la vita che la morte minaccia. Quest’uomo non cerca la salvezza del figlio nelle sue relazioni altolocate, né nei mezzi di cui potrebbe disporre il suo re. Si rivolge con tutto il suo desiderio di vita per suo figlio ad una presenza apparentemente disarmata, senza potere, e che sa disprezzata e anche osteggiata negli ambienti della corte del suo re, e di tutti i re e imperatori del suo tempo.

È qui che inizia la fede, che inizia ad esprimersi la fede che l’avvenimento di Cristo ci chiede. La fede del funzionario non merita il commento un po’ scoraggiante di Gesù: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”; perché la sua fede non ha aspettato di vedere segni e prodigi per esprimersi, ma si è già espressa nell’andare a chiedere a Cristo ciò che non chiederebbe neanche a un re potente, ciò che sa di non poter chiedere a nessun altro. E Gesù vede la sua fede, l’atto di fede di una tale domanda. Infatti, risponde non solo con un miracolo di guarigione, che al limite anche un altro potrebbe forse fare, ma con un giudizio, con una promessa immediatamente mantenuta, che esprime una certezza di possesso del nostro destino, che va ben al di là della guarigione di una malattia: “Va’, tuo figlio vive!”.

L’uomo Gli aveva chiesto all’inizio “di scendere a guarire suo figlio”. Credeva che fosse necessario ravvicinare la potenza di Gesù al piccolo malato, come se il raggio del dominio di Cristo sulla realtà e la vita fosse limitato. Ma quando Gesù gli dice “Va’, tuo figlio vive!”, la sua fede si dilata, si lascia per così dire andare oltre i limiti che, nella nostra insicurezza, imponiamo anche a Dio, all’influsso di Dio sulla realtà, sulla nostra vita e quella degli altri. Per cui, quell’andare del funzionario verso casa, diventa un cammino nella fede.

Quest’uomo va verso suo figlio camminando nella fede, ritorna alla sua casa, alla sua famiglia, al suo lavoro, alla realtà tutta della sua vita, e anche alla realtà del suo cuore angosciato, camminando nella fede. E la fede è proprio un inoltrarsi nella vita, nelle circostanze, negli incontri, con dentro questa promessa straordinaria: “Va’, tuo figlio vive!”, “Va’, tua moglie vive!”, “Va’, i tuoi amici, il tuo lavoro, la tua vita quotidiana, la società in cui ti trovi, la fatica che porti, i desideri che hai, le paure di cui soffri, la tua fragilità di peccatore… va’, tutto vive, tutto vive ora di una vita, di una bontà, di una bellezza, di un amore, di una tenerezza, che vengono da me, che sono io, il Figlio di Dio, morto e risorto!”

E questa coscienza di fede, cambia tutta la vita, cambia il cammino della vita.

Prima quest’uomo camminava verso Cristo, ma era un camminare pieno di incertezze, di incognite, titubante: “Non farei meglio di tornare presso mio figlio, di stare vicino a lui mentre muore, di godermelo i pochi giorni che vivrà? Se Cristo non viene a guarirlo, cosa ci vado a fare da Lui?…”

Ora, apparentemente non è cambiato nulla, ma quest’uomo ha incontrato Gesù, ed è questo il gran cambiamento, il vero miracolo: ha incontrato il Figlio di Dio, ha parlato con Lui, ha ricevuto da Lui una parola, una parola per lui, e per suo figlio, e per sua moglie, e per tutti. Cammina ora con dentro come un fuoco che prima non aveva. Chissà quante volte, dal giorno precedente verso mezzogiorno fino al giorno dopo in cui gli sono giunti incontro i suoi servi, chissà quante volte si è ripetuto: “Va’ tuo figlio vive!”, come Gesù gliel’aveva detto, riascoltando la sua voce, la sua cadenza, con dentro l’immagine del suo sguardo. E ha camminato tutto il pomeriggio e tutta la notte con dentro questa parola, questa promessa di vita di Cristo. Ne ha percepito la forza, di questa parola, una forza che lo consolava ad ogni caduta di umore, di speranza, che gli rianimava nel cuore la fede ogni volta che si sentiva scivolare in un “ragionevole” scetticismo…

Ed ecco che camminando in questa fede sempre ravvivata, sempre custodita, come uno che camminasse ventiquattro ore con in mano una candela accesa, un cero battesimale acceso, ecco che il miracolo è stato che la realtà della sua vita, degli incontri, delle circostanze, gli è venuta incontro facendo eco alla promessa di Cristo, riverberando la certezza che l’ha messo in cammino: “Tuo figlio vive!”, gli gridano con le stesse parole di Gesù i suoi servi corsi incontro a lui.

Chi cammina nella fede, chi cammina sulla parola di Cristo, tutta la realtà prima o poi gli viene incontro e gli dice: “È vero! Cristo mantiene la promessa di vita che ti ha fatto! E la mantiene subito, anche se apparentemente non sembrava, ma Cristo ha mantenuto la sua promessa nel medesimo istante in cui te l’ha fatta!”. La fede non promette una vita futura, ma una vita che è donata ora, perché il Risorto è qui, agisce ora, e quello che dice, quello che promette, lo crea nell’istante in cui lo pronuncia, anche quando ciò che è promesso è una vita, un cammino di vita che noi non possiamo riconoscere che passo dopo passo, in tutti i passi della vita fino alla morte.

Questa è la fede di Abramo, di cui ci ha parlato san Paolo nella seconda lettura, una fede che ci genera, come Abramo “è padre di tutti noi (…) davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono”; ed è una fede che ci rende padri, madri, che ci rende capaci di generare veramente i nostri figli, i nostri amici, ogni persona che Dio mette sul nostro cammino. Il cammino verso casa del funzionario, prima era solitario, era solo con la sua fede nella parola di Gesù, ma poi, man mano che continuava il cammino, la sua fede si trasmetteva a coloro che lo incontravano, come i suoi servi, fino a coinvolgere tutta la sua famiglia: “credette lui con tutta la sua famiglia”.

Dovremmo vivere così tutti i sacramenti, tutte le parole e i gesti di Cristo che la liturgia dei sacramenti ci permette di rivivere. È così che ci è chiesto di accompagnare Andrea al battesimo, e nel cammino della sua vita, perché la promessa che Gesù gli fa oggi, “Va’, tu vivi della mia vita!”, diventi per lui, e per noi con lui, un’esperienza di fede sempre più consapevole, e coinvolgente tutte le persone e le realtà che gli verranno incontro nel cammino della sua vita.

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