IV DOMENICA DOPO PENTECOSTE – A

Secondo la promessa del Signore,
noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra
nei quali avrà stabile dimora la giustizia.
Nell’attesa perciò di questi eventi,
cercate di essere senza macchia e irreprensibili
davanti a Dio, nella pace.
2Pt 3, 13-14

LETTURA
Dio non tollera il male e suscita la salvezza dentro le dinamiche stesse del peccato. Grazie a Noè le acque del diluvio non porteranno solo distruzione, ma l’inizio di una nuova vita.
Gen 6, 1-22
SALMO RESPONSORIALE
Sal 13 (14), 1-6
EPISTOLA
Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne.
Gal 5, 16-25
CANTO AL VANGELO
(Gv 12, 25)
VANGELO
Come nei giorni di Noè: chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà.
Lc 17, 26-30. 33
PREGHIERA DEI FEDELI
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COMMENTO AL VANGELO

S. AGOSTINO
Dal Discorso 331, Nel natale dei martiri

Amare la vita e perderla s’intende in due modi.

Con lo squillo di tromba trasmesso dal Vangelo, quando il Signore parlò: Chi ama la sua vita la perderà e chi l’avrà perduta per causa mia, la troverà (Mt 10, 39; Gv 12, 25), i martiri si sentivano infiammare al combattimento; e vinsero, non contando nelle proprie forze, ma nel Signore. Chi ama la sua vita la perderà. In due modi si può intendere la frase: Chi ama la sua vita la perderà. Se l’ami, la perdi. E in altro modo: Non amarla per non perderla. Il primo detto ha questo significato: Se ami, perdila. Dunque, se tu l’ami, se ami, perdila. Quaggiù la devi seminare per mieterla in cielo. Se non si priva del frumento per la semina, all’agricoltore non importa di riaverlo nella messe. L’altro detto suona così: Per non perderla, non devi amarla. Pare che quanti temono di morire abbiano assai a cuore la loro vita. Se in tal modo i martiri avessero amato la loro vita, l’avrebbero senz’altro perduta. Che vantaggio sarebbe stato, infatti, conservare la vita del tempo e perdere quella futura? Che avrebbe giovato conservare la propria vita sulla terra e perderla in cielo? E che valore ha conservarla? E fino a quando possederla? Quel che possiedi ti lascia: se a lasciare sei tu, lo ritrovi in te. Ecco, i martiri hanno conservato la loro vita. E come sarebbero martiri se l’avessero conservata sempre? Ammesso pure che l’avessero conservata, sarebbero forse vissuti fino ad oggi? Se, per aver negato Cristo, avessero conservato l’esistenza in questo mondo, una volta conclusa questa, non avrebbero indubbiamente perduta la vita?

Ma, a causa della loro fedeltà a Cristo, passarono da questo mondo al Padre. Cercarono Cristo confessandolo, lo raggiunsero morendo. Evidentemente perdettero la vita con immenso guadagno; perdettero del fieno, si acquistarono una corona; con il possesso della vita eterna si procurarono, ripeto, una corona.

La causa non la pena fa il martire. Morendo per Cristo, previdente per sé non per Cristo.

Infine si verifica, anzi si verificò in loro, ciò che il Signore ebbe poi a dire: E chi avrà perduto la propria vita a causa mia, la troverà (Mt 10, 39; Gv 12, 25). Chi avrà perduto, dice, a causa mia. Ecco la motivazione piena. Chi avrà perduto, non in qualsiasi modo, non per una ragione qualunque, ma per causa mia. Infatti i martiri gli avevano attestato in profezia: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno (Sal 43, 22). Appunto per questo, non la pena ma la causa fa il martire.

Quando il Signore si trovò nella passione, a differenziare le tre croci fu la causa. Il Crocifisso era in mezzo a due ladri. Egli al centro, da un lato e dall’altro erano crocifissi due malfattori. E, come se quel legno fosse stato un tribunale, egli condannò quello che ingiuriava e salvò l’altro che confessava. Quando si farà presente a giudicare, come affermerà la sua autorità, se ebbe un tale potere quando fu giudicato? Quanto alle croci, era dunque già discriminante il suo giudizio. Se infatti si interpella la condanna, Cristo era simile ai ladri, ma se qualcuno vuole interpellare la croce per quale causa Cristo venne crocifisso, ci risponde: A causa vostra. Pertanto, a loro volta i martiri dicano a lui: Anche noi siamo morti a causa tua. Egli per noi, altrettanto noi per lui. Egli per noi, ma al fine di apportarci un beneficio; noi per lui, ma, al contrario, senza partecipargli però beneficio alcuno. Di conseguenza, in entrambi i casi, è stata presa una determinazione favorevole a noi: è rivolto a noi il bene che ci deriva direttamente da lui e ritorna a noi quel che di bene si fa per lui. Egli è infatti colui del quale parla l’anima che si allieta nel Signore: Ho detto al mio Signore: il mio Dio sei tu che non hai bisogno dei miei beni (Sal 15, 2). Che s’intende infatti per dei miei beni, se non “dei tuoi doni”? E come manca di qualche bene chi elargisce ogni bene?

Comuni ai giusti ed ingiusti i doni di Dio. Il bene esclusivo dei giusti.

Ci ha dato una natura perché avessimo esistenza; ci ha dato un’anima perché avessimo vita; ci ha dato una mente perché fossimo capaci di intendere; ci ha dato alimenti a sostentamento della vita mortale; dal cielo ci ha fatto giungere la luce; dalla terra le sorgenti d’acqua. Ma tutte queste cose sono doni comuni a giusti ed ingiusti. Se ha dato anche agli ingiusti tutte queste cose, niente di esclusivo riserva ai giusti? Certo che lo riserva. E cos’è che riserva per i buoni? Quel che occhio non vide, né orecchio udì, né mai salì fino a cuore di uomo (1 Cor 2, 9). Ciò che infatti salì nel cuore dell’uomo era più in basso del cuore dell’uomo: sale fino al cuore dell’uomo proprio perché il cuore si trova al di sopra di ciò che vi sale. A quanto riserva ai buoni, là sale il cuore. Questo, Dio ti riserva: non ciò che sale fino al tuo cuore, ma ciò che si trova dove il tuo cuore sale. Non sia, il tuo, l’udire del sordo: In alto il cuore. Dunque, quel che occhio non vide, né orecchio udì, né mai salì fino a cuore di uomo; occhio non vide, perché non è colore; orecchio non udì, perché non è suono; né mai salì fino al cuore, perché non consiste in una raffigurazione terrena. In tal modo intendete: Quel che occhio non vide, né orecchio udì, né mai salì fino a cuore di uomo, Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2, 9).

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