A. Valli, Recensione a “Il cielo e la creta – Cercare Dio per ritrovare sé stessi”

A. Valli, Recensione a “Il cielo e la creta – Cercare Dio per ritrovare sé stessi”

Maria Geltrude del Divin cuore – Il cielo e la creta. Cercare Dio per ritrovare sé stessi.
A cura di Eugenio Dal Pane, Itaca Edizioni, Castel Bolognese (RA) 2018

 

Le monache non hanno tentato l’impossibile scalata al cielo: al contrario, per la fede cristiana, sanno che il Cielo si è fatto vicinissimo, prossimo, all’uomo di terra, in Colui che, restando Dio, ha voluto essere Figlio dell’Uomo e ha fatto del vivere sulla terra una Buona Notizia.

Le esperienze cristiane riuscite sono tantissime, ispirano anche oggi modalità creative di riproporre la stessa sapienza già sperimentata. La vita monastica onora il silenzio, ma il silenzio di comunione: in essa ci si specializza per «dire amore a Dio e raccontare agli uomini una parabola del Regno dei Cieli», con la lode liturgica che scaturisce dall’Eucaristia e con «narrazione di relazioni vere, di cura e di guarigione » perché [la loro vita] è custode di ogni traccia di vita, capace di intuire tramite empatia armonie nascoste e tenaci».

In particolare le benedettine, nella loro vita fraterna in comunità stabili, fidandosi della sapienza del Patriarca dei monaci d’Occidente, ancora oggi esplorano con il loro modo di vivere la fecondità di un detto di san Paolo, a suo volta discepolo del Signore: «Noi abbiamo questo tesoro – cioè il tesoro della sapienza divina incarnata – in vasi di creta – ovvero la fragilità e vulnerabilità umana –, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7-8).

Con la forza della convinzione e la lucidità di un pensiero che da decenni ha cercato di rendere ragione del proprio vissuto, per orientare quello altrui nel servizio dell’autorità entro il monastero, Madre Geltrude Arioli ripercorre gli assi portanti dell’esperienza monastica cenobitica, a partire da riferimenti autobiografici esemplificativi di quel dono e mistero che sempre intesse una vocazione di speciale consacrazione. Questi dati, mentre da una parte possono incuriosire il lettore, dall’altra lo conducono a confrontarsi circa la qualità della propria fede e la sua intrinseca capacità di essere un’opportunità meravigliosa di compimento dell’umano.

Interessante allora la stessa costruzione del libro, concepito come un racconto di ciò che si cerca «di vivere, con umiltà e semplicità», in un «monastero che, sorgendo nel cuore di Milano, è frequentato da numerose persone che entrano in chiesa mentre passano lungo la strada» (p. 139). Dopo la Prima Parte, che trascrive la conversazione tra il Curatore e madre Maria Geltrude del Divin Cuore, abbiamo una Seconda e Terza Parte, che costituiscono due echi lietamente e sottilmente provocatori, che rilanciano i temi presentati nella parte prima: la scoperta dell’amore personale di Dio per sé, fonte di sicurezza e di energie sempre nuove; il paradosso della libertà nella obbedienza; la consegna assoluta e totale del tempo della propria vita e dello spazio delle proprie relazioni, perché Dio faccia sperimentare la pace dell’essere sempre accompagnati dalla Sua generosa provvidenza e soprattutto dalla Sua misericordia, che ricrea e vince ogni notte. La Seconda Parte è infatti dedicata alle storie di vocazioni delle monache e a quelle di oblate secolari o comunque di persone che hanno fatto entrare nelle loro esistenze la grazia, che proviene dal contatto con la comunità monastica. E il fatto di una corrispondenza di carcerati con le monache, voluta come ideale loro «abbraccio», ovvero caparra di reinserimento e riabilitazione, trova eco nella Terza Parte. Lì è offerta la rilettura dell’esperienza monastica dall’attuale priora, che conclude: «nessuno si senta escluso dall’abbraccio di Gesù Crocifisso e tutti si sappiano tenuti per mano da umili sorelle, mendicanti di misericordia come loro, ma dagli occhi rivolti con fiducia verso il Cielo» (ib.). Auguriamo che i lettori, che mai hanno varcato la soglia di un monastero, per la sollecitazione insita in queste pagine considerino l’opportunità di farlo.

Chi conosca la Regola di Benedetto gusterà nelle parole di Madre Geltrude le attualizzazioni di suggestioni della stessa: il monastero come tenda dell’incontro (cfr. Parte Prima, cap. 8), la quotidianità impegnata delle monache – l’opus manuum e l’opus Dei – come l’officina (cfr. Parte Prima, cap. 4), l’adorazione come «immergersi nel Signore, vivendo nella sua vita e dandogli la nostra» (p. 63 – cfr. Parte Prima, cap. 6). Ringraziando il Signore per il proprio destino, potrà con discrezione, se richiesto, additare ad altri l’Abitante della tenda ospitale, che vuole rivolgere a tutti la Sua parola e condividere il Suo pane.

Annamaria Valli OSBap

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Maria Geltrude del Divin Cuore, monaca benedettina dell’adorazione perpetua, è nata a Milano nel 1936.

Vive nel monastero San Benedetto nel cuore di Milano, dove è entrata nel 1962 dopo la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica.

Ha trascorso gran parte della sua vita in mezzo ai giovani, insegnando nella scuola interna al monastero.

Dal 1990 al 2016 si è dedicata alle sorelle come madre priora, proseguendo  l’impegno educativo, anche dopo la chiusura dell’istituzione scolastica, nelle varie iniziative culturali e formative proposte d al monastero.

Ha pubblicato Il mondo in un raggio di luce con Myriam Fiori (La Scala); Chi desidera la vita? La proposta di san Benedetto

(Itaca).

 

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