30.a Domenica del T.O. – C

30.a Domenica del T.O. – C

C’è speranza per il peccatore; preghi
Dio, non disperi, si batta il petto, espii
in se stesso con la penitenza, per ovviare
a che Egli proceda a punire con la condanna.
Sant’Agostino, Discorso 136/A, 2

PRIMA LETTURA
La preghiera del povero attraversa le nubi.
Sir 35,15-17.20-22

SALMO RESPONSORIALE
Sal 33

 

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino. R/.
Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce. R/.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia. R/.

SECONDA LETTURA
Mi resta soltanto la corona di giustizia.
2Tm 4,6-8.16-18

CANTO AL VANGELO
(2Cor 5,19)

VANGELO
Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.
Lc 18,9-14

 

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

PREGHIERA DEI FEDELI
Leggi

PERCORSO ESEGETICO

La mancanza di fede nasce dall’orgoglio,
il grande peccato che allontana da Dio
perché porta a confidare in se stessi e nelle propria giustizia,
invece che abbandonarsi come figli al suo amore misericordioso.

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI, CAP. 9
Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. (v. 41)

DALLA LETTERA DI S. PAOLO APOSTOLO AI ROMANI, CAP. 9, 30-10, 21
Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. (vv. 2-3)

SALMO 19 (18)
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato. (v. 14)

SALMO 20 (19)
Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (vv. 8-9)

SALMO 73 (72)
Dell’orgoglio si fanno una collana e la violenza è il loro vestito … Levano la loro bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra. (vv. 6. 9)

DAL LIBRO DEL SIRACIDE, CAP. 10, 12-18
Principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l’ha creato. (v. 12)

DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA, CAP. 14, 3-23
Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi … Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. (vv. 12-14)

DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA, CAP. 30, 1-17
Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”. (vv. 15-16a)

DAL LIBRO DEL PROFETA GEREMIA, CAP. 17, 5-11
Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. (vv. 4-5)

DAL LIBRO DELLA GENESI, CAP. 3, 1-13
Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. (vv. 4-5)

COMMENTO PATRISTICO

GIOVANNI CRISOSTOMO
Dall’Omelia 2, 4-5

Ho descritto molte forme di penitenza per renderti facile l’accesso alla salvezza attraverso la varietà delle vie. Qual è dunque la terza via? L’umiltà: sii umile e avrai sciolto i legami del peccato. Anche di questo ci porta una prova la Scrittura nel racconto del pubblicano e del fariseo.

Salirono al tempio, dice, un fariseo e un pubblicano per pregare.

Il fariseo cominciò a elencare le sue virtù. Io non sono, disse, peccatore come gli altri, né come questo pubblicano. Misera e infelice anima: hai condannato tutto il mondo, perché hai contristato anche il tuo prossimo? Non ti bastava tutto il mondo senza voler condannare anche quel pubblicano?

E che fece il pubblicano? Adorò a capo chino con gli occhi fissi in terra, dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore (Lc 18, 13); e poiché si mostrò umile fu giustificato. Quando dunque il fariseo uscì dal tempio aveva perduto la sua giustizia. Il pubblicano invece l’aveva ottenuta: le sue parole furono più forti delle opere. Quello, nonostante le sue opere perse la giustizia; questo invece con parole di umiltà la conquistò, benché la sua non fosse propriamente umiltà. Infatti è umiltà quando uno che è grande si fa piccolo; l’atteggiamento del pubblicano non fu umiltà, ma verità: erano vere quelle parole, perché egli era peccatore.

Chi peggiore di un pubblicano?

Cercava il suo vantaggio nelle disgrazie del prossimo, approfittava delle fatiche altrui e senza rispetto per le loro pene giungeva a procurarsi il guadagno. È dunque grandissimo il peccato del pubblicano. Perciò se il pubblicano, pur essendo peccatore, dando prova di umiltà ha ricevuto così gran dono, quanto maggiore potrà riceverlo chi sia virtuoso e umile? Se riconosci i tuoi peccati e sei umile, diventi giusto.

Desideri conoscere chi sia veramente umile?

Guarda Paolo. Maestro delle nazioni, predicatore ricolmo dello Spirito, vaso d’elezione, porto tranquillo, che nonostante un fisico modesto girò tutto il mondo e lo percorse quasi avesse le ali: guarda con quanta umiltà e modestia egli si definisce inesperto e amante della sapienza, indigente e ricco. Era umile quando diceva: Io sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo (1 Cor 15, 9): questa è la vera umiltà, abbassarsi in tutto e chiamarsi il più piccolo. Pensa chi era colui che pronunciava queste parole: Paolo, concittadino del cielo, sebbene ancora rivestito del corpo, colonna della Chiesa, uomo celeste. È tale infatti la potenza della virtù da trasformare l’uomo in angelo e far sì che l’anima, quasi avesse le ali, si protenda verso il cielo. Questa virtù c’insegni Paolo. Di questa virtù sforziamoci di diventare imitatori.

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