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Cristo cerca il cristiano umile. Il Cristo ch'è in cielo, che sta con noi, ch'è stato agli inferi non per esservi trattenuto, ma per aprirli. ...

Lectio divina della 14.ma Domenica del T.O.

Zc 9, 9-10; Sal.144; Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30.

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Cristo cerca il cristiano umile. Il Cristo ch’è in cielo, che sta con noi, ch’è stato agli inferi non per esservi trattenuto, ma per aprirli. Ci raccolga Colui che raccoglie; ci raccolga affinché non ci perdiamo; ci raccolga là dove non ci perderemo, nella regione dei viventi, (Agostino serm 70 A)

 

Con il capitolo dieci di Matteo si conclude il discorso missionario, la cui attuazione rimane come sospesa, perché i discepoli non partono, partiranno solo dopo la risurrezione, parte Gesù per andare ad annunciare e a insegnare.

Il Capitolo undici è in gran parte dedicato al confronto fra Gesù e Giovanni Battista, e alla incredulità anche nei confronti di Gesù. Davanti a questa duplice chiusura e incomprensione Gesù esplode in quei versetti di confessione di fede e di lode che costituiscono il Vangelo di questa domenica

“In quel tempo” alla lettera si potrebbe tradurre “in quell’occasione” = “in quella circostanza”; non è semplicemente una notazione di tempo ma il riferimento alla circostanza in cui Gesù si trova, l’addolorato rilevare l’incredulità, l’incostanza e la superficialità di fronte alla persona di Giovanni e a se stesso. Domenica scorsa diceva: Chi accoglie voi accoglie me e colui che mi ha mandato. Oggi deve costatare di essere davanti a una non accoglienza della sua persona e di chi lo ha inviato. Ed è questa la circostanza di un’esplosione di preghiera, di autoconsapevolezza, autopresentazione e di confessione di fede in Colui che è per Lui Padre ed è allo stesso tempo Signore del cielo e della terra. Ed è questa l’effusione di lode e di fede dei vv 25-30.

Questi pochi versetti, densissimi di contenuti, sono strutturati in tre parti:

  • 25 confessione di fede al Padre e al Creatore e esultanza per la rivelazione ai piccoli
  • 26-27 profonda autocoscienza del rapporto di appartenenza e conoscenza reciproca tra Padre e Figlio, rapporto che nessuno tranne lo Spirito, che ne è il legame, condivide.  E’ l’autocoscienza del Figlio nei confronti del Padre e di se stesso, della sua divino umanità.
  • 28 30 appello a tutti coloro che sono segnati dalla stanchezza e sofferenza della condizione umana a porsi sotto la dolcezza del suo giogo e a trovare riposo nel suo cuore mite e umile.

Si tratta di un profondissimo momento di autocoscienza e insieme di proclamazione di fede. Solo dopo la risurrezione egli dirà:  “Mi è stato dato ogni potere” ma qui confessa l’origine di questo potere: il suo rapporto di appartenenza e comunione al Padre. L’umanità arriva a Dio attraverso l’umanità di Gesù (Cfr. Dominus Jesus[1]). Come se dicesse: “Non capite che qui, nella mia persona, c’è il punto centrale del cosmo e della storia, e che Io sono per voi la possibilità di incontrare il Padre e di appartenere al suo disegno?”

Chi sono i piccoli cui si rivolge?  Sono l’opposto di coloro che impongono pesi insopportabili sulle spalle degli altri e loro non vogliono toccarli neppure con un dito, l’opposto di coloro che fanno pesare il giogo della Legge come un’oppressione e non come un’Alleanza di salvezza; i piccoli sono coloro che non hanno importanza, sono quelli che non hanno voce in capitolo nelle grandi pagine della storia, ma conoscono la fatica del vivere e il suo dolore.

Per questo dopo aver benedetto il Padre e aver rivelato la verità ai piccoli chiama TUTTI, tutti i sofferenti, che sono quelli che hanno la maggior possibilità di capire il kairos, la mano tesa di Dio.

Cristo si offre come il porto di riposo, e indica il suo Cuore mite e umile come la scuola del regno. Per la tradizione sapienziale prendere il giogo di uno significava mettersi alla sua scuola. Cristo promette per chi accetta di essere aggiogato con lui al servizio del Regno invece della fatica il riposo; il giogo di Cristo porta chi lo porta, come la croce che solleva che la accoglie.

«Su chi – è detto – riposerà il mio spirito? Sull’umile e quieto e che teme le mie parole (Is 66,2). Queste parole le temette Pietro, non Platone. Possederà il pescatore ciò che perse il famosissimo pensatore. Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli; le hai nascoste ai superbi e le hai rivelate agli umili. Che cosa siamo dunque, per grandi che siamo? Se saremo umili, se avremo meritato d’essere annoverati tra i piccoli, meriteremo la felicità di contemplare Dio in tutta la sua bellezza. Sì, Padre, disse esultante, mosso dallo Spirito Santo …, sì, Padre, poiché così tu hai voluto (Mt 11,26)». (S. Agostino, Discorso 68).

Bene a questo vangelo corrisponde la prima lettura che mostra l’avvento del Re mite e umile.

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[1] Congregazione per la Dottrina della fede, Dichiarazione Dominus Iesus, 6 agosto 2000, n. 5:  «Deve essere, infatti, fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è « la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27); « Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18); « È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza » (Col 2,9‑10).»

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